DURLINDANA - NUMERO 2

EDITORIALE
“Cinque anatre andavano a sud
forse una soltanto vedremo arrivare,
ma quel volo certo vuol dire
che bisognava volare,
che bisognava volare…”
F.Guccini

Proviamo a chiederci come mai la presenza femminile è stata ed è così poco numerosa nell'ambito delle nostre realtà militanti.
Un primo ostacolo è, probabilmente, la sottile (!) misoginia serpeggiante in sezioni, gruppi e movimenti vari:
le donne sono spesso ritenute veicolo di discordia e distrazione,
oppure inadeguate a comprendere certi paradigmi, a dedicarsi ad un cammino di lotta.
C’e’ di mezzo un pregiudizio ideologico, radicato anche negli ambienti più vigili, dovuto alle menzogne e le faziosità della cultura ufficiale:
Per molto tempo si è creduto che le donne nella storia abbiano avuto scarso peso, che loro giusto destino fosse la sottomissione silente, prerogativa esclusiva la conservazione della specie e che il maschilismo fosse un sintomo di sana ideologia “tradizionale” chè, se nel passato delle terre dei padri vigevano certe regole, evidentemente era cosa buona e giusta!
Il tutto archiviando come “rare edificanti eccezioni” dee, eroine, sacerdotesse, regine, imperatrici, sante, mistiche, poetesse,guerriere…
Ma davvero erano queste le regole nelle società tradizionali?o forse esse sono in gran parte il risultato distorto di ciò che ci è stato fatto credere per meglio calcare la linea di demarcazione tra la barbarie primitiva ed incivile dei secoli bui ed il risorgimento illuminato e liberatore della modernità?!
Altro problema è, secondo noi, il rapporto poco sereno ed equilibrato che i nostri cavalieri senza macchia hanno con l'altra metà del cielo: un rapporto spesso rarefatto, mitizzato o esorcizzato, fatto d’intoccabili madri, virtuose figure del passato, fate, spose illibate
oppure di mangiatrici di uomini senza scrupoli, scostumate, amorali, calcolatrici, pronte a scappar via dietro il primo miraggio borghese(ricordiamo ad esempio alcune canzoni degli amici del vento!).
E' un po' la sindrome del ribelle, del duro e puro destinato alla solitudine e all'incomprensione, dovuta a tanti anni vissuti in un contesto ghettizzato, escluso ed esclusivo, ai limiti della legalità e fuori da ogni schema sociale precostituito e buono per ingrossare il mare morto della “normalità”.
Ma è anche la sindrome del “Mercenario di Lucera”...che se non fosse andato a morire eroicamente nel Katanga, avrebbe avuto come triste destino una moglie grassa, la seicento e la pancera… un incubo funesto!
Nel terrore della vita borghese le donne sono il principale pericolo!
Ironia a parte, da questa strana mistura di paura, soggezione e mistificazione,
nasce la schiacciante evidenza di un ambiente in buona parte maschile e maschilizzato.Un ambiente spesso inadeguato o disabituato alla presenza femminile, a volte complice nel creare ambiguità ed equivoci:
Il fenomeno delle Skingirl ad esempio – pur comprensibile se inquadrato su un piano antropologico nel contesto sociale di provenienza - è immagine e prova di un profondo disagio femminile alla ricerca d’identità:
tralasciando le divergenze ideologiche che ci dividono dalle specifiche radici socio-politiche del mondo skin (una realtà di stampo protestante, anglosassone, filo occidentale,razzista…),
quel che emerge, al di fuori del contesto militante, sono ragazze private esteticamente della loro femminilità, apparentemente forti di una scelta estrema e provocatoria, in realtà legate ad una moda postmoderna del tutto interna al sistema (come ogni altra moda codificata e riconoscibile, veicolo di identificazione) che le costringe sotto un burqa volontario, ideologico e globalizzante (pur illusoriamente anticonformista)...
Ma prendiamoci anche le nostre colpe! L’evidenza dimostra che, spesso più che agli uomini, il mondo moderno ci attrae e ci seduce:
nel microcosmo che confusamente si definisce di “destra”, le sedi di partito - guarda caso solo a seguito di una repentina svolta in direzione liberal-capitalista – pullulano di rampanti giovani politicanti, impegnate nella rivendicazione di diritti sociali e di emancipazione, portabandiera di battaglie progressiste e giacobine; ambienti nei quali, più la corrente volta verso linee democratiche e borghesi, più la presenza femminile diviene massiccia e decisiva anche in ruoli di massima responsabilità, ennesima dimostrazione di come la ricerca di autoaffermazione sia figlia del femminismo e di un grave compromesso ideologico:
Si promuove una donna moderna, libera, tutta palle e carriera,
ostentando un'aggressività innaturale,
ammiccando più alla superiorità dell'elemento femminile sull'uomo che non alla complementarità tra i sessi.
Dove sono la tradizione, la famiglia, la sacralità della vita
e la dolcezza, la sensualità velata, la forza misteriosa della fragilità…
e dove sono la lotta al sistema, la terza via tra Marxismo e Capitale, l’antimondialismo, il disprezzo del regime democratico, il rispetto per un passato prezioso che, anche nel contesto femminile, ha coperto l’Italia con un manto d’onore e di eroismo…come a riscaldarla dal vento troppo freddo di una finta “libertà”.
Queste donne – nonostante l'equivoco di una ex comune provenienza politica - non ci rappresentano, hanno fatto una scelta diversa ed opposta sia sul piano politico che su quello valoriale e sono anzi l'espressione più eclatante di ciò che non vogliamo essere.
Bisogna far attenzione a non pensare che il problema sia il desiderio di realizzazione personale:
noi non intendiamo negare o contrastare il diritto e la legittimità di una carriera, di un’affermazione professionale, di un impegno militante, sacrificati al Mito del focolare domestico.
La nostra idea non è certo quella di essere casalinghe dimesse e rassegnate,
ma Donne, donne vere, forti e radicate nella propria vocazione, in prima linea contro i tranelli, i compromessi e i luoghi comuni di questi tempi oscuri;
donne non smaniose di entrare camuffate nella natura maschile per rivendicare su di essa un’emancipazione libertaria che, negli
ultimi decenni, ha minato le basi della famiglia e creato
depressione, inappagamento e nevrosi.
Donne libere di scegliere se realizzarsi socialmente attraverso una carriera o intellettualmente attraverso un impegno culturale o umanamente attraverso la dedizione alla propria famiglia, o anche libere di fare tutte queste cose insieme, con coraggio e determinazione, ma fuori dalle logiche schiaccianti che ci vorrebbero a tutti i costi indipendenti, competitive e spregiudicate, senza vincoli, doveri, ruoli … e senza identità.
Oltre questo sistema insidioso che continuamente sovverte e confonde e disperde…
Noi vogliamo comprendere e vivere la nostra realtà umana e politica come una scelta di vita, in modo totale, senza aggiustamenti, moderazioni, mezze verità;
Attraverso amore e conoscenza
noi crediamo che sia possibile intuire una via diversa, fatta di mito perenne e di vita fluente, di sogno leggero e fuoco indomato, di passato da evocare e futuro da costruire,
una via da percorrere con tutto il cuore fino
a ristabilire, come frantumando uno specchio che tutto deforma per tornare a vedere davvero, la perduta armonia.
Ma quanta consapevolezza ci vuole perché questo avvenga... Noi, con queste pagine, proviamo a ritrovare la nostra - preziosa come la perla sulla fronte di una dama -
A liberarla dalle catene della storia ufficiale e distorta,
A cantarla in versi di bellezza e verità,
A brandirla come una lama forgiata di sole e di passione.
...


Le figure femminili nel Signore degli Anelli
di Simona Carucci

“La cercò sempre lei ch’era bella,
tra’ i rami e le foglie e le fronde.
Al lume della Luna al raggio della Stella
sotto un cielo pallido
ghiacciato e tremante
la sua veste fulgeva al bagliore lunare
mentre in lontananza sul colle
danzava
ed ai suoi piedi si vedeva brillare una nebbia d’argento
ch’ella emanava.”
J.R.R.Tolkien

Nel Signore degli Anelli la presenza femminile è, ad una prima lettura, piuttosto marginale, evanescente; nell’economia della narrazione essa resta in ombra, a tratti scompare e raramente diviene essenziale per l’evolversi della trama.
Ad una più attenta analisi ci si accorge invece che i personaggi femminili tessono una sottile rete argentata – come intrecciando raggi di luna – che in trasparenza attraversa tutta l’opera,
impreziosendola, spesso sorreggendola, permeando di sé ogni parola pur silenziosamente.
È necessaria una premessa per motivare un’altrimenti imperdonabile lacuna:
tralascerò di parlare di Galadriel , poiché il suo personaggio è talmente ricco e complesso da meritare un discorso a parte, tra l’altro già magistralmente affrontato ad esempio da Padre Guglielmo Spirito nel suo recente libro Tra San Francesco e Tolkien – una lettura spirituale del Signore degli Anelli (Rimini, Il Cerchio, 2003) al quale rimando per eventuali approfondimenti.

Per tutto il romanzo si avverte la presenza costante di Arwen, dello spirito di Luthien che riposa in lei, del suo amore malinconico e totale; un amore profondo – come gli occhi degli elfi –, appassionato – come il cuore degli uomini –, scritto tra le stelle prima che il tempo fosse eppure figlio della libertà. Libertà di scegliere, di donarsi, di vivere. Libertà di morire. Nella prima apparizione di Arwen a Gran Burrone è in qualche modo già narrato tutto questo, tra le righe di pagine non scritte, solo percepite, ma tanto reali quanto quelle di carta e di inchiostro. Nonostante la sua presenza non ricorra che brevemente in tutto il romanzo, Arwen è sempre lì, nei pensieri, nei sogni, nel destino del suo signore; nella speranza che non muore, nell’attesa che si consuma, nella promessa del futuro. È una presenza sottile e fondamentale, eterea e costante. Forse per comprenderne la forza è necessario accettarne la complessità, scavare oltre le parole, rintracciarne il valore mitico e metafisico nel mistero sacro e profano dell’amore cortese. In questa chiave Arwen diviene una figura protagonista della personale e cosmica vicenda di Aragorn, che è storia di una legittima monarchia restaurata, di una regalità sacra, taumaturgica, solare – prima che la quarta era giunga a sovvertirne l’essenza – e insieme storia di amore e di fedeltà al proprio destino, ricongiungimento attraverso il filo della tradizione e compimento regale del ritorno.

“Dalla sommità della collina guardarono a oriente l’ombra e ad occidente il crepuscolo.
Si giurarono amore eterno e furono felici. Ed Arwen disse:- Oscura è l’ombra, eppure il mio cuore gioisce, perché tu, Estel, sarai fra i grandi il cui coraggio la distruggerà – ”

Arwen è simbolo del fato nel quale è scritto il nome del futuro Re. Ed è simbolo della Cerca
a compimento della quale recherà in dono se stessa, nel momento in cui Aragorn, purificato il suo sangue nella lotta, ascendendo alla propria regalità, diverrà degno di lei, del suo sacrificio, della sua nuova incorrotta “umanità”. È simbolo della Dama, nella cui mistica visione il cavaliere trova pace, la cui presenza spirituale è veicolo di forza e valore, il cui nome sussurrato in sogno è calore che avvolge e protegge, ma che gridato in battaglia è una spada tagliente ed è vessillo di Vittoria. Infine ella è simbolo dell’oro che abbandona la nuova era e scompare al di là del mare; ella segna l’ora del crepuscolo, mostra al mondo la mistica forza dell’amore, si erge a monito del muto fuggire del tempo attraverso l’onda gioiosa o inesorabile d’irripetibili istanti.
Così l’ultimo splendido elfico bagliore prima che la notte scenda sul mondo è la dolce luce di Arwen, la stella del Vespro.

Baccadoro è invece l’archetipo di una femminilità antica e feconda, legata alla terra, custode del focolare e dei segreti della foresta; figlia del fiume, il suo canto ricorda l’armonia della creazione, ché il suono dell’acqua più d’ogni altro reca in sé echi d’eterno

“e si dice che nell’acqua tuttora viva l’eco della musica degli Ainur più che in ogni altra sostanza reperibile su questa terra…”3

Baccador accudisce sorridendo il suo signore e la sua casa e danzando allieta il tempo che su di lei scorre immutabile attraverso i cicli delle stagioni. Capricciosa come una fata dei boschi d’Irlanda, devota come una sposa dei tempi remoti, le sue parole sono un invito di quiete e riposo: nella sua dimora nessuna minaccia e nessun male possono entrare, la porta sbarrata da un incantesimo di purezza e semplicità che il potere non può sedurre né la brama corrompere. Un angolo edenico è la casa di Tom Bombadil, mentre intorno il mondo volge verso il declino; e se Tom ne è la potenza e l’atto e ne è custode e messere, Baccadoro è essenza e linfa vitale, realtà e sogno di atavica armonia,
giovane virgulto promessa di frutti maturi e spirito antico – candido giglio di fiume eternamente in fiore – nella cui voce è celato il canto di tutte le primavere del mondo:

“Una voce limpida, giovane e antica come la primavera, sgorgò simile ad un ruscello d’argento…”4

La figura di Eowyn si evolve in un lampo di eroismo e passionalità che racchiude in sé tutta la forza e la fierezza di Rohan.
Apparentemente ella contraddice quel ruolo sommesso e lunare che abbiamo fin ora attribuito alle figure femminili nel Signore degli Anelli, tuttavia proprio Eowyn è, tra le donne tolkieniane, l’essere più fragile: con audacia sì, ma soprattutto con inquietudine e con una forma di infantile desiderio di rivalsa, esprime lo spirito guerriero che è in lei, ma lo fa in maniera completamente femminile, spinta dall’avventatezza e da un disperato coraggio ai limiti della ragione, generato da Amore e Dolore, che tanto spesso si fondono e s’intrecciano nel cuore delle donne. In questo modo ella lascia trasparire un’indole infinitamente più debole ed instabile della lunare e “passiva” personalità di Arwen. Non a caso, dopo che le mani guaritrici del Re hanno sollevato da lei l’ombra del male, Eowyn torna ad incarnare il suo ruolo di Donna, serenamente e totalmente: trova l’amore, sano, rigenerato e condiviso ristabilendo l’equilibrio perduto.
Eowyn è un personaggio splendido nella sua “umana” imperfezione. Commuove la sua progressiva evoluzione che, come un percorso iniziatico, passa attraverso la prova, la sofferenza, la morte a se stessi e la rinascita, e che lentamente la trasforma da ragazza indomita e infelice in una donna sicura e fiera, la cui forza risiede piuttosto nel cuore, ora capace di amare davvero, che in una spada da brandire in battaglia. Se Arwen e Baccadoro sono quasi creature spirituali, Eowyn ha in sé la grazia di una femminilità nobile, ma terrena, carnale, fatta di anima e corpo, di emozioni, di contrasti, di paure, d’illusioni… di passione; una femminilità sfidata, celata, ferita ed infine riconquistata e vittoriosa.
“ Allora il cuore di Eowyn cambiò ad un tratto e fu ella finalmente a comprenderlo e improvvisamente il suo inverno scomparve e il sole brillò in lei”…5

Note
1-ISDA La compagnia dell’anello pag.252
2-ISDA appendice A pag.1265
3-Silmarillion pag.16
4-ISDA La compagnia dell’anello pag.169
5-ISDA Il ritorno del re pag.1151-52


La Cornucopia - Ricette Tradizionali

Idromele

“ Ti porto della birra o prode guerriero!
mescolata alla forza e alla superba gloria,
essa è piena di canti e di rune salutari,
di buoni segni magici
e di rune della felicità.”
(da un poema runico)

Nei carmi epici della mitologia Germanica Asi e Vani rappresentano due distinte categorie di divinità in conflitto tra loro.
La guerra tra Asi e Vani ricorda quella dei conquistatori Arii contro gli autoctoni delle terre nordiche.
I Vani vengono descritti come divinità minori, legate alla natura, ai culti di fecondità della madre terra, preposti ad una religiosità magica fatta di ritualità sciamaniche, di cultualità tellurica e tribale, probabilmente risalente alla fase preindoeuropea.
Con la vittoria degli Asi predomina il culto solare degli Dei di Asgard.
Alla pace ristabilita consegue una nuova armonia, l’inizio di un nuovo ciclo luminoso presieduto dagli Asi, ma nel quale si fonde il retaggio magico e simbolico della religiosità vanica.
Il ponte teso tra le due realtà sacrali è proprio Odino, il Vate:
Figura complessa e polivalente: padre degli Dei celesti ed al tempo stesso Signore sulla terra dell’impeto guerriero e della profezia, il suo mito è legato fortemente alle Rune veicolo di Sapienza magica e all’Idromele, la sacra bevanda della poesia, dell’ebbrezza ispirata, della conoscenza iniziatica.

Per suggellare la fine della guerra sia Asi che Vani sputarono in un recipiente come segno di pace e perché quel gesto non rimanesse senza frutto, da quella saliva crearono un Uomo, Kvasir, figlio di cielo e terra , il più saggio tra gli uomini, nel cui nome che significa “bevanda” era gia celato un preciso destino.
Un giorno Kvasir venne catturato ed ucciso da due nani i quali, mescolando il suo sangue con il miele, ottennero l’idromele.
Dopo alterne vicende di litigi e vendette, la bevanda divenne di proprietà del gigante Suttungr che nascostala nelle viscere di una montagna la affidò alla custodia della figlia Gunnlodr.
Odino, giunto nella terra dei giganti, trapanando il fianco della montagna riuscì ad entrarvi sotto forma di serpente;
quindi, dopo essere giaciuto per tre notti con la gigantessa ottenne in cambio di poter bere tre sorsi di Idromele.
Con soli tre sorsi Odino si impadronì di tutto l’idromele e fuggì sotto forma di aquila fino a raggiungere Asgard ed ivi versare la sacra bevanda conservandola per se per gli dei e per gli uomini destinati alla poesia.
Per questo l’Idromele è chiamato, attraverso le parafrasi esoteriche tipiche della lingua norrena (kenningar), “sangue di kvasir” o “bottino di Odino”.
La doppia natura di Kvasir, celeste e vanica, allude alla duplice valenza dell’ebbrezza: l’ispirazione poetica e profetica da un lato, la caduta verso le sfere infere dell’essere attraverso l’ubriachezza dall’altro.
Kvasir –la sapienza – cade vittima delle potenze telluriche, della ragione svincolata dallo spirito e solo attraverso la morte e l’oscurità della caverna essa può risorgere e ascendere purificata alle sfere celesti chè la conoscenza è luce e libertà solo se sottomessa alle giuste leggi divine.
Così l’idromele -come Odino- contiene in se la sapienza divina e la forza terrena del fuoco, la vita eterna del mito e la morte, il sacrificio,
la dolcezza della poesia e la crudeltà del destino.
“ La bevanda comunica la potenza perché in essa è nascosta la forza del Dio”(M.Polia).
Il corrispondente Vedico dell’idromele è il Soma, la bevanda dell’immortalità e dell’illuminazione che nel mito permette ad Indra di uccidere il mostro Vritra.
Concludiamo ricordando che nelle civiltà tradizionali la Poesia non è pura arte estetica, ma veicolo di conoscenza e di rivelazione, essa è il filo che lega l’uomo al divino
È la voce dell’oracolo e dell’estasi mistica
Per questo il più grande degli Dei germanici è preposto ad essa
E per questo l’idromele, che della poesia è la linfa, riveste una tale importanza mitica e simbolica ed è carico di una così profonda sacralità.

RICETTA
Ingredienti in mancanza del sangue di Kvasir:

acqua 3 litri, miele 2 kg, lievito naturale secco attivo, succo di un limone, una botticella di vetro da 5 litri.

Riscaldare l’acqua facendo attenzione a non superare i 30 gradi e versarci lentamente il miele lasciandone una piccola quantità nei vasetti.
Una volta che il miele si sia ben amalgamato con l’acqua, aggiungere il succo di limone e versare il contenuto nella botticella fino a pochi centimetri dal bordo.
In uno dei vasetti di miele si aggiunga un bicchiere d’acqua, si riscaldi il contenuto e vi si aggiungano due cucchiaini di zucchero e una punta di lievito.
In questo modo si è creato lo starter per avviare la fermentazione.
Quando nel vasetto inizia a formarsi una leggera schiuma si aspetti ancora un’ora e quindi si aggiunga alla botticella l’equivalente di mezza tazzina contenente lo starter finendo di riempirla fino a 3 cm dal bordo e agitare leggermente.
Conservare lo starter non utilizzato per effettuare i rabbocchi quando durante la fermentazione il livello del liquido scenda a di sotto dei 3 cm dal bordo.
La botticella non va chiusa ermeticamente ma con un panno carta fermato con un elastico (da cambiare ogni volta che si deteriori troppo) per consentire il passaggio di ossigeno.
La fermentazione dovrà avvenire in un luogo fresco ad una temperatura di 18-20 gradi per 30\40 giorni;
essa è visibile attraverso delle bollicine che costantemente salgono verso il collo della bottiglia se queste dovessero sparire procedere ad un nuovo avviamento con lo starter.
Negli ultimi dieci giorni di fermentazione, è possibile aggiungere nella botticella alcuni pezzetti di mela acerba oppure foglie di salvia o chiodi di garofano, da tenere in infusione per 2\3 giorni.
Passato il tempo della fermentazione passare all’imbottigliamento eliminando i residui di lieviti sul fondo della botticella e chiudendo le bottiglie ermeticamente.
Da questo momento sarà possibile bere l’idromele oppure attendere un ulteriore affinamento in bottiglia che lo renderà progressivamente più secco ed equilibrato


DONNE NELLA STORIA
Ildegarda di Bingen

Ildegarda di Bingen, vissuta nel secolo d'oro del Medio Evo, il XII, è luminosa testimone della visione olistica della tradizione cristiana, visione che non è stata per lei soltanto fulminea intuizione, ma anche e soprattutto esercizio potente di uno sguardo e di un pensiero aperti alla totalità del reale.
Conoscere la vita, le visioni, la dottrina, il sapere di Ildegarda è introdursi ad una concezione dell'esistenza integralmente positiva, è scoprire che, nella costellazione delle grandi personalità della storia, brilla anche la figura di una donna per la quale salute del corpo e salvezza dell'anima sono strettamente correlate (del resto l'una e l'altra sono indicate, in latino, dall'unica parola salus).Ancora oggi Iladegarda è una voce viva, un animo eletto e rivoluzionario,un grande esempio di femminilità intensa, profonda e consapevole.
1098, estate. Nell'anno che precede la conquista di Gerusalemme da parte dei primi crociati, nacque, nei pressi di Alzey (nella regione dell'Assia Renana, a poco più di 30 km da Magonza), Ildegarda, decima e ultima figlia del nobile Ildelberto di Bermersheim e di sua moglie Matilda (il nome Ildegarda significa protettrice delle battaglie).
Ben presto si manifestò la pronta ed acuta intelligenza della bambina, ma altrettanto instabile era la sua salute. La sua natura di visionaria comparve molto presto, se come lei stessa ci racconta: "Nel mio quinto anno di vita vidi una luce così grande che la mia anima ne fu scossa, però, per la mia tenera età, non potei parlarne..."
È probabile che l'osservazione delle straordinarie doti della bambina abbia pesato nella decisione dei suoi genitori di affidarla, all'età di otto anni, alla maestra Jutta, una giovane di nobile lignaggio, figlia del conte di Spanheim, che si era appena ritirata in clausura presso il monastero benedettino di Disibodenberg, situato alla confluenza dei fiumi Glan e Nahe.
Giunta all'adolescenza Ildegarda decise liberamente di porre la sua vita al servizio di Dio; pronunciò i voti dell'ordine benedettino e (tra il 1112 e il 1115) ricevette il velo dalle mani del vescovo Ottone di Bamberg.
Passarono trent'anni senza che si verificassero grandi eventi, ma intanto: "La sua reverenda madre (Jutta) scopriva piena di meraviglia come la sua allieva fosse divenuta a sua volta maestra..."
Così, quando nel 1136 Jutta morì, le monache la elessero badessa. Per cinque anni ancora la vita a Disibodenberg proseguì il suo corso tranquillo, ma quando Ildegarda arrivò ai quarantadue anni, mentre giaceva afflitta da una penosa malattia, una delle tante che l'avevano accompagnata nel corso della vita, la voce di Dio insistentemente le intimò: "Manifesta le meraviglie che apprendi... Oh tu fragile creatura... parla e scrivi ciò che vedi e senti..."
Da quel momento le forze le ritornarono ed Ildegarda iniziò a comunicare le visioni che l'avevano accompagnata fin dalla più tenera età: iniziava così a scrivere il suo primo grande lavoro Scivias (Conosci le vie) cui ne seguirono molti altri di argomento teologico, di storia naturale, di medicina.
Volmar il suo maestro spirituale, amico e sostegno di tutta la vita e l'abate Kuno di Disibodenberg si convinsero dell'ispirazione divina di quanto Ildegarda andava rivelando, ed informarono di quanto udivano l'arcivescovo Enrico ed il capitolo della cattedrale di Magonza.
Intanto la fama di Ildegarda si spandeva nella regione, giungendo anche alle orecchie di San Bernardo e del papa. Alla fine dell'anno 1147, il papa Eugenio III aveva infatti convocato un sinodo generale della chiesa a Treviri (che dista una settantina di chilometri da Disibodenberg), e da lì inviò una sua delegazione ad incontrare ed interrogare Ildegarda. Gli inviati del papa tornarono con un'ottima impressione; gli scritti di Ildegarda furono letti personalmente dal papa in un'assemblea plenaria del sinodo, nel quale lo stesso San Bernardo intervenne, chiedendo al papa di non tollerare che una tale luce luminosa venisse coperta dal silenzio. Così il papa diede a Ildegarda il permesso di rendere noto ciò che lo Spirito le ispirava e la incoraggiò a scrivere. Gli insegnamenti semplici e parziali che Ildegarda aveva ricevuto non bastavano a giustificare un’erudizione così completa, la proprietà di linguaggio, la genialità speculativa ecosì che difficilmente si riesce a dubitare che la sua ispirazione mistica fosse davvero un dono divino.
“ Le parole che dico non provengono da me, ma io le vedo in una suprema visione(…).Alzo allora le mie mani verso Dio, quasi fossero piume senza peso né forza, volteggianti nel vento, per farmi sorreggere da lui”.
All’epoca di Ildegarda vivere in un monastero non equivaleva a ritirarsi dal mondo, ma significava occupare un ruolo sociale ben determinato, importante, accessibile anche ad una donna, che poteva in esso ottenere cultura e potere.Di questi Ildegarda si servì per proporre una visione della natura in cui gli elementi salienti della cultura scientifica del suo tempo si accompagnano alla sua capacità di percepire e mettere in parole la forza della creazione operante negli esseri viventi. Nel complesso possiamo definire il suo pensiero cosmologico e naturalistico come una sintesi originale del sapere tradizionale e di una conoscenza intuitiva della realtà, animata dal senso della perfezione dell’opera divina.
Dal momento del consenso papale Ildegarda intensifica i suoi rapporti con i grandi della terra, sovrani, vescovi, imperatori, grandi signori laici e nobili dame.A metà degli anni ’50 Federico Barbarossa la invitò al suo palazzo colpito dalla sua fama e più tardi le scrisse: “voglio che la tua santità sappia che ciò che tu hai predetto durante il nostro incontro è avvenuto!”.
Quando nel 1164 il Barbarossa nominò un antipapa, Ildegarda ebbe per lui parole dure ed autorevoli di rimprovero ed ammonimento che fanno sorridere se si pensa che si tratta di una semplice monaca che si rivolge al Signore d’Europa…“Dinanzi agli occhi nella visione mistica ho chiaro che ti comporti come un bambino, anzi come un pazzo…sta attento che il sommo Re non ti annienti a causa della tua cecità.”
Luce, Vento, Musica...tre grandi temi di Ildegarda, metafore e forze reali:la prima domina l’ambito della visione.Il vento soffia nel mondo fisico nel cosmo come anche nel corpo dell’uomo, potente e bruciante talvolta e talvolta dolce come l’amore, unendo con forza gli uomini, i loro pensieri e i loro desideri, al pulsare della vita cosmica.La musica, come il vento e la luce, si diffonde nelle cose, è la manifestazione sonora e fisica della gioia del cosmo e dell’armonia di tutte le sue parti.Per Ildegarda il mondo è sinfonia e, del suo amore per la musica, oggi ci restano- splendidi e preziosi- i canti sublimi della sua anima.
La conoscenza che Ildegarda dimostra dell’animo umano, delle suoi reconditi sogni, pulsioni e desideri cela una sensibilità ed una capacità di analisi rare, per il suo come per il nostro tempo, una comprensione intima e benevola della sfera spirituale più profonda come della natura terrena e carnale di uomini e donne, che non è mai rigida legge o giudizio moraleggiante, ma celebrazione gioiosa dell’ armonia tra terra e cielo.
Le sue parole sulla figura femminile commuovono ed illuminano: audacemente attribuisce l’origine terrestre ad Adamo e quella aerea ad Eva; il temperamento della donna –sostiene- la rende più sensibile alle forze che operano al di sopra della terra, dispone il suo corpo a una maggiore attenzione al contesto fisico, al mondo naturale e agli esseri che le vivono accanto a cui è capace di donare e donarsi.Questa felice condizione biologica “materna”, pura in Eva, permane anche dopo la caduta e la donna “risuona come un’arpa”, respira con il mondo e con il mondo vive in modo profondo e totale.
“ Il piacere della donna è come la luce del sole che dolce, continua e soave si diffonde sulla terra che riscalda e rende fertile; allo stesso modo possiede una forza gentile, dolce costante che le permette di concepire e crescere una vita nel suo ventre”.
La possibilità di essere madre per Ildegarda appare gia come qualcosa di miracoloso, vicino alla potenza creatrice e, nella polivalenza “platonica” dell’immaginazione di Ildegarda, anche l’amore sessuale veicolo di procreazione conserva una potenza immateriale e metafisica.Per questa vergine di 9 secoli fa, l’atto d’amore è di una bellezza pura ed intatta e mantiene l’antica magia che aveva avuto nei poeti pagani e nel Cantico dei cantici.
La sua teologia non è soltanto ricca di simboli femminili, ma è tutta declinata al femminile.Il piano della salvezza è fondato sulla donna per eccellenza , Maria.
Eva, principio della storia è tensione alla perfezione non raggiunta;Maria è Sposa, ma sposa divina, sublimazione della femminilità generatrice e salvifica.Amore e Sapienza, manifestazioni piene di aura divina, sono immaginate dalla badessa in forma di donne.La sapienza è la veste della creazione, che allude, rivestendolo, al mistero divino.È una donna solenne, dalle bianche vesti, figurazione sia dell’uomo microcosmo sia dell’universo.Amore è “l’anima mundi”, la terza persona della trinità”…che da lei le nubi ricevono movimento, l’aria il suo volo per lei l’acqua zampilla e le pietre ricevono la loro consistenza…”Sul capo amore porta un cerchio dorato e rivestita di una splendida tunica canta le proprie lodi: “Sono l’energia suprema e fiammeggiante che trasmette fuoco ad ogni vivente scintilla,sono la lucente vita dell’essenza divina, scorro splendente sui campi, brillo sulle acque, brucio nel sole, nella Luna e nelle stelle”.Amore è una Puella con il viso splendente di giovinezza, ma tutto il creato la chiama Domina.
Quando Ildegarda era ormai molto vecchia, le monache la sentivano sempre più spesso sospirare:"Vorrei essere liberata e stare vicino a Cristo", ed una notte la luce risplendette di nuovo in lei e le annunciò il giorno in cui sarebbe stata liberata dal peso del suo corpo. Tranquillamente Ildegarda si preparò alla morte, che sopravvenne nel giorno che le era stato predetto, il 17 settembre 1179, dopo che tutte le monache da lei radunate ebbero intonato, per un suo ultimo desiderio, canti nuziali.


L’ECO DEL BARDO

“Ascoltate la voce del Bardo,
che presente passato e futuro vede,
le cui orecchie hanno udito la parola sacra,
che ha camminato tra gli alberi antichi.”
W.Blake

Donna ti voglio cantare

Donna ti voglia cantare
donna la madre, donna la fine
donna sei roccia, donna sei sabbia
e a volte nuvola sei...
Donna sei acqua e sei fiamma
donna paura, donna allegria
donna saggezza, donna follia
e a volte nuvola sei...
Donna, donna sei l'ombra
donna sei nebbia, donna sei l'alba
donna, donna di pietra
a volte nuvola sei...
Donna, donna l'amica
donna sei nave, donna sei terra
donna, donna sei l'aria
e a volte nuvola sei...
Donna sei sete e vendemmia
donna sei polvere, donna sei pioggia
donna saggezza, donna follia
a volte nuvola sei...
Donna ti voglio cantare
donna sei luce, donna sei cenere
donna sei ansia, donna sei danza
e a volte nuvola sei...
Donna, donna sorgente
Donna sei erba, donna sei foglia.
donna, donna sei pietra
e a volte nuvola sei...
Angelo Branduardi


Poesia

“Ho rivisto colei che era così bella
La bella fanciulla della primavera
Se ne stava ritta in mezzo all’inverno
Il sole che portava all’occhiello era d’un rosso splendente
Era il fiore della battaglia
Fiore vivo com un sorriso
Il fiore rosso della libertà
Sotto il seno sinistro batteva il suo cuore
E tutti lo sentivano battere
Il cuore della rivoluzione”

J.Prevetr


Postfazione

Durlindana desidera ringraziare tutti coloro che a seguito della prima uscita le hanno manifestato appoggio e solidarietà;
grazie agli incoraggiamenti di Mario, grazie alle ragazze che si sono offerte di collaborare, grazie a chi ci ha scritto proponendo spunti e dibattiti sulla questione femminile che sono diventati strumenti di approfondimento e di nuove idee;
un ringraziamento particolarmente sentito va a Massimo che, con grande generosità e pazienza, senza nemmeno conoscerci personalmente, si è offerto di realizzare il sito del giornale.
Ribadiamo inoltre l’invito alla partecipazione attiva nel realizzare i numeri a venire…il confronto è il nostro principale strumento di crescita.
Poiché una chiusura settaria e compartimentizzata e divisioni pseudo-claniche, sono ciò che maggiormente avvelena il nostro ambiente,
vorremmo sottolineare la neutralità di Durlindana rispetto a tutte le comunità politiche e metapolitiche esistenti, affinché questo progetto non vada ad ingrossarne il numero, ma a proporre all’interno di esse una sintesi quanto più unitaria aperta e trasversale;
non è quindi un modo per evitare diplomaticamente uno schieramento che, del resto, al di là delle sigle politiche, crediamo emerga chiaramente dalle pagine del giornale,
ma una tensione ideale ad un rapporto sinergico di confronto e collaborazione della realtà femminile nel suo complesso.

La Redazione

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