DURLINDANA - NUMERO 3

EDITORIALE
“Noi non siamo uomini d’oggi, siamo nati in un tempo sbagliato… ma siamo nati per davvero.” M.Morsello

Se la via della Tradizione è ardua per un uomo, difficile da riconoscere, accettare e seguire, per una donna del ventunesimo secolo la difficoltà diviene esponenziale.
Siamo nate e cresciute nell'epoca post femminista, in cui tutto è permesso e tutto dovuto, in cui i ruoli sono un fossile medievale, la carriera un imperativo categorico, l'individualismo e l’aggressività le uniche strade per non perdere fascino e dignità; un'epoca in cui il potere del nostro corpo sulla mente degli uomini è enorme ed enormemente appagante(??!!)…perché non usarlo quindi; un'epoca in cui il risveglio delle coscienze è davvero faticoso, in cui trovare la verità è come cercare un ago in un pagliaio; una verità poi che per una donna può essere scomoda da capire e perseguire:
Per non fare che un esempio, è più facile, per un uomo, leggere, entusiasmarsi e gridare alla rivoluzione leggendo "Rivolta contro il mondo moderno", che, per una donna, comprendere ed attuare il solo capitolo che in esso è dedicato al rapporto di coppia.
Sentir parlare di passività, subordinazione, di elemento tellurico contrapposto a quello uranico, di lunarità, di abnegazione, maternità come dovere esistenziale, è l'esatto opposto di ciò che la modernità propone…ed è molto lontano o quantomeno parziale, probabilmente, anche rispetto alla nostra idea di donna e di militanza.
Così prima ancora di capire (che Evola non ha sempre ragione!!), metabolizzare, contestualizzare e ridimensionare in un'ottica realistica tutto questo, è possibile che sia gia avvenuta la fuga!
Ciò cui facciamo riferimento - fuori dai bombardamenti mediatici, lontano dalle mille insidie tese alla corruzione delle nostre coscienze - si basa su valori atavici, inalterati dalla storia e dallo spazio, su un archetipo forte e poetico, magari oggi anche provocatorio o scomodo, cui necessariamente va poi applicata una realtà contingente e relativa sul piano politico, sociale e culturale, che tenga conto di un'evidenza importante da sottolineare:
Noi Siamo donne moderne, anche se, come canta Morsello, non ci sentiamo tali, lo siamo nostro malgrado e nonostante il nostro spirito contro corrente: è la nostra condanna, ma anche la nostra fortuna poiché ci fornisce gli strumenti per conoscere, valutare e scegliere liberamente la “strada meno battuta”.
In noi, quella che un tempo era una via obbligata, spesso imposta, diviene una scelta consapevole, mutuata dall’esperienza, liberata da schemi moralistici, modellata sulle necessità e i doveri, pratici ed ideali, di questo momento storico. La sfida quindi è quella di ricercare la via e la conoscenza e di riuscire ad inserirle nella nostra vita quotidiana, nel nostro retaggio culturale che necessariamente risente, nel bene e nel male, del nostro tempo: l'unico che conosciamo per esperienza diretta, l'unico che ci è dato vivere…nonostante la fantasia vaghi spesso nella terra di mezzo!
In una società tradizionale la questione sarebbe stata più semplice, immediata, naturale…oggi il sentiero si biforca su due binari ed a noi spetta una sorta di schizofrenia esistenziale verso una duplice completezza: quella di uomini e donne, in nome dell’ideale armonia tra i sessi e della sacralità della famiglia ed un’altra, oltre gli specifici ruoli, di unità politiche militanti, in nome della lotta e della Rivolta.
Ci è stato chiesto come mai secondo noi realtà come quelle dei movimenti parrocchiali o new age, della politica istituzionale o dei centri sociali, attirino di più il mondo femminile e siano piene di ragazze.
Quello che propone la parrocchia, il partito o la militanza a sinistra è più accattivante, più semplice, più immediato perché interno al sistema e spesso ad esso coeso: in alcuni casi, su una base religiosa priva di ogni trascendenza mistica e spirituale, si fa leva sul pietismo, sulla sensibilità immediata, sulla retorica buonista dell'Italietta democratica e pacifista.
I vari partiti del minestrone parlamentare fanno breccia nella mente di donne virilizzate, arriviste di cui è piena la società, perfettamente inquadrate e felici nella gabbia dorata che il sistema ha predisposto per loro.
I centri sociali fanno incetta di ragazzine che giocano a fare le proletarie ribelli, drogate di marxismo e marijuana, ben istruite a scuola dalle menzogne di professori progressisti, che scelgono la via, semplice e moderna, del relativismo individualista, del mito egualitario della rivendicazione sessista, di vaghi faziosi concetti di libertà e protesta...che si traducono in moda, omologazione ed intellettualismo acritico.

(Un’analisi, forse sarcastica, forse troppo generalista, ma in fondo oggettiva, che, se da un lato può intristire dall’altro deve spronarci all’azione poichè la consapevolezza, oggi così rara, è il primo passo verso il cambiamento)
e a noi cosa rimane?
lo diciamo senza superbia, né certezze, ma con la passione, la malinconia e la forza d’un tramonto che non diverrà notte senza aver prima infiammato il cielo…
A noi rimangono quei pochi, felici pochi, uomini e donne fortunati, chè il numero non è mai stato il nostro forte...ma la sostanza!
Spiriti elevati per i quali è più giusto rendere grazie che inorgoglirsi, poiché come dono prezioso ci è dato di comprendere oltre le nostre forze e capacità, oltre una cortina di fumo denso e scuro che tutto avvolge;
cuori puri, liberi davvero, liberi come il Vento, pronti alla lotta, al sacrificio, al dono, alla bellezza crudele della diversità.
Simona Carucci

 


La femminilita’ tra mito e tragica realta’

“Ho scoperto qual è il vostro segreto:
siete tante, ma siete tutte Lei”
Federico Fellini “la voce della Luna”

 

Ringaziamo per questo prezioso contributo i ragazzi e le ragazze del cuib Mikis Mantakas.

Da diverso tempo intendevamo discorrere su un argomento complesso e profondo, allo stesso tempo, com’è la femminilità, nei suoi rapporti metastorici e simbolici col mondo della Tradizione e nei legami problematici con la quotidianità decadente dell’esistenza moderna, e finalmente ne abbiamo la possibilità, non prevaricando le “competenze” dell’altrui sesso, ma essendo “ispirati” in un’analisi morfologica del mito della donna e patologica della sua attualità, da colei che ci sta vicino in ogni istante della nostra vita, nella lotta e nella fede, e che, per noi, rappresenta il simbolo vivente della donna “in piedi tra le rovine”.

La presenza femminile nella storia dell’umanità è sempre stata caratterizzata da un ruolo fondamentale, non secondario, ma glorioso, di una polarità insostituibile nello sviluppo degli accadimenti mitici e storici che tutte le tradizioni serbano in sé, e che solo l’odio profondo per qualsivoglia altezza e per la Verità, da parte delle ideologie illuministe e liberal-massoniche della sovversione, ha potuto trasmutare in ombre, in presenze sommesse ed oscure, in storie minute di sottomissione. Si è dimenticato o si vuol far dimenticare il potere femminile che da sempre, manifestamente o in maniera sotterranea, agisce attraverso simboli e leggende, che, incredibilmente per chi ignora o non riconosce l’universalità della Tradizione, si ritrovano in situazioni storiche e luoghi geografici diversi e distanti. Crediamo che, non arbitrariamente, sia possibile associare la donna al valore simbolico dell’acqua, cioè ad un’idea di rigenerazione, di vita, di protezione – si ricordi come uno dei due volti di Giano, divinità romana, sia femmina e stia a rappresentare il potere temporale, la casta dei guerrieri, cioè coloro che sono deputati alla difesa della dottrina -, di maternità universale, che solo in alcuni casi, come si esplicita nel significato delle acque inferiori, assume una valenza di degenerescenza spirituale, di scatenamento di forze infere e ctonie, di sovversione amazzone.

Nell’organicità tradizionale varie sono le forme assunte da tale polarità fondamentale e complementare, non opposta o inferiore a quello che è il centro maschile, avendo come archetipo primo, dalla sfera metafisica a quella mitica, il simbolismo della Luna rispetto al Sole. Nella tradizione indù troviamo Prakriti, la sostanza primordiale che attende il sigillo di Purusha, il principio attivo, l’essenza, per dar vita alle indefinite forme della manifestazione; parimenti, nella tradizione estremo-orientale è possibile riscontrare la complementarietà dello yin, elemento femminile e passivo, e dello yang, elemento maschile ed attivo, che si esplicita nel simbolo che erroneamente viene definito “del bene e del male”. Come non ricordare, inoltre, che sempre nel taoismo l’Uomo rappresenta la coincidentia oppositorum tra il Padre Cielo e la Madre Terra. Nella Cristianità tale è il senso della Vergine Madre di Dio, dello Spirito Santo che tutto consola e rigenera, e della figura di Maria Maddalena, così ignorata dall’ufficialità ecclesiastica, ma così giustamente apprezzata dalla tradizione gnostica e dalla letteratura apocrifa.

Medesime considerazioni si posso concettualizzare se da un ambito d’analisi metafisica si passa ad un’interpretazione dei miti e delle leggende, presenti nelle più diverse tradizioni. Si rammenti la Teogonia esiodea, nella quale Crono, la potestà celeste, è sposo di Rea, la Terra, la quale in ogni modo cerca di difendere Zeus, suo figlio, dalla volontà omicida del padre: ritorna l’idea di protezione e di maternità universale. Identica è la valenza simbolica del mito di Iside, origine dell’universo, vergine, sposa, signora della natura, incarnazione del principio vitale e generatore, che raccoglie e ricompone il corpo di Osiride, fatto a pezzi dall’usurpatore Seth. E’ all’aspetto lunare a cui facciamo esplicito riferimento, alle leggi nascoste che governano l’universo, che gestiscono il contatto con la natura e la dominano – potere che fu spesso attribuito alle “streghe” – e che hanno, per esempio, in Demetra o in Artemide le proprie rappresentazioni numeniche, speculari all’aspetto solare, identificato nelle divinità di Helios e Apollo.

A questo punto riteniamo che sia essenziale porre in essere una precisa e decisa chiarificazione sul come ortodossamente si debba intendere quel complesso di riti, simboli, miti e rivelazioni, che alla figura femminile fanno principalmente riferimento, sottolineando con fermezza la differenza tra forme di adattamento cicliche e forme di pura sovversione, come già abbiamo accennato in precedenza. Avendo chiarito, crediamo in maniera esauriente, il giusto rapporto di relazione e gerarchia dell’aspetto femmineo e lunare con quello maschile e solare e la sua reale valenza simbolica e spirituale, è fondamentale comprendere come, col trascorrere delle ere e la conseguente solidificazione del manifestato, fosse necessario un adattamento delle forme tradizionali in una direzione di riconquista dello stato edenico primordiale e, quindi, di quell’idea di rinascita associata alla donna. Tale processo – è bene ribadirlo con forza – esplicita un mutamento delle forme e non un’inversione dell’essenza tradizionale, che conserva sempre, al di là di ogni contingenza temporale e spaziale, la propria immutabilità.

A coloro che sono ignare vittime di tale confusione, ricordiamo come, in saghe, leggende, miti di varie tradizioni, la ritrovata primordialità sia associata alla conquista amorosa di una donna, che simboleggia la Sophia, la Conoscenza: abbiamo già scritto di Iside ed Osiride e similmente sono i simbolismi legati alle pratiche tantriche, all’eros platonico, che ha come fine ultimo la ricomposizione dell’Androgino originario, fino a rammentare la figura dantesca di Beatrice o quella petrarchesca di Laura. La femminilità ha, poi, anche una sua immagine potente e terribile, come quella delle dee telluriche e ctonie, delle grandi “madri nere”, di Kalì, di Astarte, della ribelle Lilith, delle divinità sotterranee come Ecate, annunziata dal latrare dei cani. In tale poliedricità si presenta la donna nel mondo della Tradizione, ad un’analisi metafisica e mitica, e non come un costume, una moda, coacervi di regole dettate dal pensiero unico del neocapitalismo, che tutto omologa e che ogni essere umano, donna o uomo che sia, trasforma in semplice fruitore del mercato arrogante ed invadente. In quest’epoca di “schiavi senza Signoria”, in cui la parità dei sessi si esplicita nell’eguale asservimento ai “principi” del profitto e del consumo, parlare di femminilità è difficile, non potendone più riscontrare le caratteristiche peculiari. La donna, tradizionalmente intesa, trasmuta in potenza la devozione, la maternità, la libera fedeltà ad un destino modellato su un ordine cosmico; il femminismo moderno, invece, ammalato di sessuofobia, vieta la virilità olimpica e la femminilità eterica o demetrica, vietando, cioè, la differenziazione polare, spirituale e corporale tra i sessi, snervando completamente il senso dell’attrazione e del magnetismo.

Nella società moderna, in cui tale dissacrazione è pacificamente accettata, in cui “propter vitam vitai perdere causas”, in cui la perdita non solo dei valori, ma del centro che li produce, come notava in un famoso passo dell’Antropologia Emanuel Kant, è totale, per l’uomo e la donna “differenziati”, è necessario comprendere le seguenti riflessioni di Julius Evola: “Mentre l’etica tradizionale chiedeva all’uomo ed alla donna di essere sempre più se stessi, di esprimere con tratti sempre più decisi ciò che fa dell’uomo un uomo, dell’altra una donna – ecco che la civiltà nuova volge il livellamento, verso l’informe, verso uno stadio che invero non sta al di là, ma al di qua dell’individuazione e della differenza dei sessi”.


La Cornucopia - Ricette Tradizionali

Le sacre mele di Avalon…e oltre

“E’ un ramo del melo di Emain
quello che io porto, simile a quelli a voi noti,
con ramoscelli di splendido argento,
sopracciglia di cristallo in fiore.”

(da “La navigazione di Bran figlio di Febal”,poema celtico)

Chi non ha mai sognato di essere accolto come un antico cavaliere, nella favolosa Avalon, Emain Ablach in irlandese, Ynys Afallach in gallese, la segreta “Isola dei meli”, ( in celtico, abellio significa melo; in bretone si dice aval. ) da quella che può essere considerata la “Dama” per eccellenza: Viviana la Dama del Lago?
Il melo, nella tradizione celtica è sempre stato considerato l’albero più nobile e sacro, il frutto dell’Altro Mondo, la pianta dell’immortalità, e per questo investito del compito di fare da tramite fra gli Uomini e gli Dei, quale pegno di amicizia e reciproca collaborazione. Essi, infatti, ne fanno dono agli Uomini, che si dimostrano degni della loro considerazione e stima, concedendogli immortalità, conoscenza e saggezza.
La mela, come frutto che rigenera corpo e spirito, si ritrova anche nella maggior parte delle tradizioni magiche e mistiche della nostra cultura: dai mitici pomi del Giardino delle Esperidi di ellenica memoria, che furono donati ad Eracle dalle Tre Figlie dell’Ovest, rendendolo immortale e meritandogli l’appellativo di Melon; alla mela d’oro, spesso rappresentata nella mano di Afrodite, come suo sacro simbolo (anche adesso, parafrasando un famoso film, per “Tempo delle Mele”, s’ intende il periodo dei primi amori adolescenziali, spesso dotati di una forte matrice erotica e passionale ); alle mele che Alessandro Magno trovò in India, delle quali si dice che prolungassero fino a quattrocento anni la vita dei sacerdoti. La dea germanica Idhunn custodisce le mele d’oro dell’eterna giovinezza, di cui si nutrono gli Dei; la donna dell’Altro Mondo che va a cercare Condle, figlio del Re Conn dalle Cento Battaglie, per condurlo con sé nella propria terra, gli dona una mela che diventa il suo unico alimento e non diminuisce mai, nè si corrompe.
‹‹La mela agisce anche sugli elementi, “incanta” il vento e placa le tempeste più violente, come testimonia un curioso incantesimo in versi che si recitava ancora fino a non molto tempo fa nella Bretagna occidentale, contemplando due mele in una scatola, poi facendole passare di mano in mano.››
Anche tagliata la mela assume due significati: secondo un’antica leggenda siciliana, se essa viene divisa in due metà verticali, ma disuguali, serve a determinare la fedeltà di una persona conosciuta da poco e possibile amico, se egli, infatti, sceglie la metà più grossa non è una persona affidabile, viceversa, se prende la più piccola, possiamo permetterci di affidargli la nostra vita ad occhi chiusi; il taglio orizzontale invece, rivela all’occhio dell’iniziato, il simbolo della conoscenza e della libertà, al centro del frutto compare infatti un pentagramma o pentacolo, disegnato dalla disposizione dei semi a stella.
Alle mele, ricche di acqua, fibre e proteine, inoltre ci si può affidare, per quanto riguarda alcune particolari proprietà medicamentose: esse ci forniscono per esempio la “pomata”, originariamente a base di polpa del frutto che da sempre è stato considerato il rimedio migliore, come ancora proclama il proverbio inglese “ An apple a day keeps the doctor away.” ( “Una mela al giorno toglie il medico di torno” ); per non parlare del sidro ( dal latino ecclesiastico sicera, a sua volta derivato dall’ebraico chekar, “bevanda inebriante” ) che secondo i normanni, “guarisce tutte le malattie”, e della sua acquavite, il calvados, o dell’agresto ( il nostro aceto ), che inizialmente fu il succo spremuto dalle mele ancora verdi, prima di essere estratto dall’uva acerba. Ancora adesso come nel medioevo, l’aceto di mele, oltre ad essere un ottimo preparato per la conservazione casalinga dei cibi, rappresenta una valida alternativa all’aceto d’uva.
La mela (Pirus Malus), che sembra fosse coltivata già nel periodo neolitico, nasce in Asia Minore, a sud del Mar Nero, e arriva in Grecia transitando per l'Egitto dove, sotto il regno del faraone Ramsete II (XIII secolo a.C.), viene coltivata lungo le vallate del Nilo. Da qui la coltura arrivò poi in Grecia (nel IV secolo a.C. Erodoto ne descrive la tecnica dell'innesto) e, successivamente, a Roma. Decantata da poeti e scrittori dell'Impero Romano, come Plinio che citava già al tempo una ventina di varietà, la mela si è diffusa rapidamente in tutta Europa. Nel XVI secolo sbarca in America, rendendo lo Stato di New York famoso per la qualità dei frutti prodotti.
La filologia ci offre ulteriori spunti di riflessione, al tempo curiosi e affascinanti, citando nuovamente Brosse: ‹‹Pomme, mela, viene dal latino pomum, che designa qualsiasi tipo di frutto a nocciolo o a semi, mentre mela si dice malum in latino e melon in greco. Su questo modello l’italiano dice mela ( o pomo ). L’inglese apple e il tedesco Apfel vengono dalla radice europea abel-, come aval e afal, la mela in bretone e gallese, che ha dato Avalon, “l’isola delle mele”, come abbiamo visto. E’ la stessa radice che ritroviamo nel nome di Apollo, il cui culto fu inserito in Grecia dai Dori venuti dal Nord. Secondo i mitografi greci, Apollo veniva dal paese degli Iperborei, misterioso popolo nordico che viveva felice senza conoscere il bisogno, come i morti privilegiati dell’isola di Avalon, che si trovava nel Baltico. Anche la mitologia tardiva del Dio menziona i suoi legami con quel paese, dove contava i suoi più ferventi adoratori, tra i quali si fermava spesso. Questo primo Apollo sembra essere stato un Dio guaritore e forse un Dio del melo dai frutti miracolosi. ›› E’ quindi interessante notare che secondo l’Oxford English Dictionary, il termine si ritrova in tutta l’Europa, dai Balcani all’Irlanda, in una forma che in quasi tutte le lingue si avvicina ad apol.
A proposito del termine greco sopraccitato, melon, viene quasi da chiedersi, se il nostro amato Tolkien, non abbia attinto ad esso per coniare la parola elfica mellon, che significa, guarda caso, amici.
In conclusione v’invitiamo ad attingere ai generosi doni di questo magico frutto, anche provando la ricetta tradizionale descritta in questa pagina. Accompagnata naturalmente da una pinta di buon sidro. Buon appetito!

“Sebbene errando mi sia fatto vecchio,
Errando per valli e colline,
scoprirò dove mai è fuggita,
e bacerò le sue labbra, le prenderò le mani,
camminerò fra le alte erbe dai molti colori,
e coglierò, finchè i tempi non siano finiti,
le mele d’argento della luna
le mele d’oro del sole”
da “la canzone di Angus il vagabondo”
W.B.Yeats

Per quanto riguarda il mito di Paride e della mela della discordia, contiamo di farne tema di una prossima discussione, in quanto meritevole di una più estesa trattazione.
( J.Brosse, storie e leggende degli alberi, Parigi, 1987, p. 132 )
Curioso come questa parola ricordi “sincera”, ripensando alla tradizione del taglio verticale a cui abbiamo accennato sopra.
4 A questo proposito, vorrei suggerire al lettore la stimolante consultazione del testo di Felice Vinci: “Omero nel Baltico”, in cui, in termini chiari ed illuminanti è esposta una recente teoria sull’origine baltica dei poemi omerici.

Irish Apple Cake

115 g. burro
115 g. zucchero raffinato
15 ml. vanillina
3 uova
La buccia grattugiata di un limone
115 g. farina 00
115 g. fecola di patate
Una bustina di lievito per dolci
30 ml. latte
400 g. mele possibilmente Golden
30 ml. di marmellata di albicocche
5 ml. acqua
5 g. zucchero a velo

Montare il burro con lo zucchero e la vaniglia fino ad ottenere un composto cremoso, gonfio e chiaro, amalgamare le uova una alla volta avendo cura di sbattere energicamente dopo ogni uovo, infine, unire la buccia grattugiata di un limone.
Setacciare per due volte la farina con la fecola ed il lievito, aggiungere gradualmente le farine così amalgamate, al composto di burro e uova, quindi unire il latte.
Sbucciare ed affettare le mele; si consigliano fette spesse 1cm – 2 cm
Versare l’impasto in una teglia di 24 cm di diametro a base removibile, precedentemente unta di burro e infarinata, porre sopra l’impasto le fette di mela e infornare a 190° C collocando la teglia sul ripiano centrale del forno.
La torta è cotta quando uno stecchino inserito nel centro ne esce pulito; fate raffreddare nella stessa teglia per 10 minuti, poi sformare.
Sciogliere a caldo la marmellata di albicocche con l’acqua, passare al setaccio e spennellare la salsa ottenuta sulla superficie della torta, mentre questa è ancora calda; ma se preferite servirla fredda, spolverizzatela con lo zucchero a velo.


DONNE NELLA STORIA
Le Brigantesse

“Alzati dunque e combatti.
Poichè, se verrai ucciso in battaglia
raggiungerai i pianeti celesti,
se vincerai godrai del regno della terra.
Combatti incurante di gioia o dolore, della perdita e del guadagno, della sconfitta e della vittoria…”
Bhagavad-gita cap 2

Nei libri di storia c’è stato insegnato che i Giacobini, rivoluzionari illuminati, una volta liberata la propria terra si sono spinti oltre le alpi per portare la Verità della ragione ai popoli oppressi dalla monarchia e dalla superstizione religiosa, simboli entrambi dell’oscurantismo medievale.
Poche pagine più in là c’è stato insegnato dei liberatori piemontesi, illuminati anch’essi da nuovi e più attuali ideali e da commosso patriottismo, e delle loro gesta eroiche attraverso cui si compì il nostro risorgimento.
I libri di storia non parlano del lato perverso della libertà, della fraternità massonica,atea e violenta, della brutalità sanguinaria della giustizia. I libri di storia non parlano di sudditi fedeli che si sono battuti e sono morti per Dio e per la propria terra, sotto i colpi liberatori della modernità; non parlano di sacerdoti con la spada in pugno, forti di una fede più ardente del fuoco; non parlano dell’ultima disperata battaglia dell’Europa contro il pensiero razionalista, progressista e borghese, antenato illustre del modello mondialista anglo-americano, che oggi continua verso est, con l’identica strategia di ieri, la sua marcia inesorabile.
I libri di storia li hanno scritti i vincitori ed ai vinti è rimasto l’oblio.
Hanno parlato di un’unità nazionale gagliarda e vincente, fortemente voluta, onorevolmente conquistata, ne hanno fatto un elemento di propaganda ricco di retorica e mistificazione, che ancora oggi confonde e divide ed hanno taciuto di morte, sofferenza, resistenza e fedeltà…di chi l’unità d’Italia l’ha vissuta come un’invasione, un’imposizione, una guerra sanguinaria e fratricida, come l’ultima disperata resistenza contro un nuovo spietato regime che avrebbe ridotto in macerie la loro terra e la fede e la tradizione.
Esiste una piccola realtà all’interno di questo spicchio di storia dimenticata, che è, se possibile, ancor meno conosciuta: l’esistenza, l’azione e la lotta delle brigantesse.
La condizione femminile all’interno del fenomeno delle insorgenze antigiacobine e della resistenza post unitaria era disperata e tragica: molte donne rimanevano sole, lontane da mariti, padri e figli -costretti alla macchia- lasciate in balia di ogni violenza e vessazione.
La loro stessa ragion d’essere come donne e madri veniva a mancare nel vegliare un focolare vuoto e nell’attendere in solitudine che la sorte dei propri cari si compisse nell’estrema resistenza d’una guerra già persa…Per loro le scelte non erano molte e poche dignitose: avrebbero potuto cedere alle lusinghe di generali nemici, prostituirsi per vivere, negare il legame con i ricercati, tradire la causa garantendosi protezione legale, avrebbero potuto struggersi alla finestra in inutile attesa.
Accade invece che molte di queste donne scelsero di indossare i panni dei briganti e di seguire in battaglia i loro uomini.Come si evince dalle cronache e dalle fonti, il loro contributo fu massiccio e concreto, alcune di loro divennero capo banda, altre entrarono nella leggenda grazie al coraggio, alla forza e al sacrificio, di altre si ricorda la ferocia sanguinaria che fa pensare ad una femminilità ferita, umiliata e distrutta negli affetti e nello spirito, che immola se stessa nella vendetta orgogliosa e violenta, segno di una sofferenza immensa e di assoluta determinazione.
Crediamo che la guerra, le armi, la morte in battaglia poco si addicano, normalmente, alle donne, tuttavia nel momento in cui la pienezza del nostro ruolo dovesse venire a mancare, per necessità, dovere o destino, come spesso è successo nei secoli passati,
l’eroismo, lo spirito guerriero, la grandezza di queste donne possono esserci d’esempio affinché, nei momenti bui della nostra vita e della nostra lotta, il pianto, il lamento, lo smarrimento non ci oscurino la vista, e ci guidi il ricordo di una femminilità piena, fiera e ardita, che col sangue ha scritto, su pagine eterne, la sua storia d’amore e di fede.
Sotto riportiamo brevissimi cenni della vita e dell’attività di alcune brigantesse, sono solo alcuni esempi per invitare all’approfondimento.

Maria "Ciccilla" Oliviero, bellissima ed allo stesso tempo crudele,  era la donna del brigante Pietro MonacoQuando morì il marito divenne lei stessa capo banda. Catturata da un reparto del 58° fanteria fu dapprima condannata a morte, pena poi commutata ai lavori forzati. Quando morì la gente di Calabria cantava "la fimmina di lu brigante Monaco muriu, lu cori comu na preta mputtu tinia" (è morta la donna del brigante Monaco, aveva il cuore come una pietra).

Michelina De Cesare faceva parte della Banda "Guerra", amante del Capo Banda Francesco Guerra, il quale l'aveva anche in grande considerazione nel preparare le azioni di guerriglia poichè dotata di una grande abilità tattica. Inoltre grazie ad essa furono sventati numerosi agguati preparati dalla milizia piemontese. Il 30 agosto del 1868 fu uccisa con tutta la banda Guerra. Venne seviziata e il suo corpo nudo (nella foto su riportata) fu esposto in paese per intimorire gli amici dei briganti, ma l'effetto avuto fu l'esatto contrario, nella popolazione, inorridita da quell'enorme atrocità, si estese ancor di più il sentimento anti unitario.

Luisa Cannalonga, contadina di Serre nutriva un odio profondo contro Garibaldi ed il suo esercito. Tale sentimento lo trasmise anche ad i suoi due figli Rosario e Gaetano Tranchella. La Prefettura di Salerno nel 1862 le impose il "domicilio coatto" perché sospettata di corrisponenza con banda armata, somministrazione di viveri ed alloggio a briganti. Il domicilio coatto le venne tolto nell'agosto del 1864 dopo l'uccisione del figlio capo brigante, Gaetano Tranchella. 

Per saperne di più:
F.Trapani “le brigantesse” ed. Canese
M.Restivo “Ritratti di brigantesse” ed. Manduria



L’ECO DEL BARDO

“mettimi come sigillo sul tuo cuore,
come sigillo sul tuo braccio,
perché forte come la morte è l’amore…”
cantico dei cantici

Dedichiamo questo spazio di musica e poesia all’amore… nella sua
espressione più pura e sublime, spirituale e sensuale, di profondo misticismo.

Come ti amo? Lascia ti annoveri i modi:
Ti amo nell'alto, nel vasto, nel profondo
cui l'anima si tende quando, sentendosi
non vista, si protende ai confini
dell'Essere e dell'Ideale Grazia. Ti amo
nel più modesto uso quotidiano, alla luce del sole
e al lume di candela. Come chi lotta per Giustizia
ti amo, libera. Come chi dagli onori fugga
ti amo, pura. Con la passione di antiche pene
t'amo e con puerile fede. Ti amo
con l'amore che credevo smarrito coi miei
perduti santi, - ti amo col respiro, il riso,
le lacrime di tutta la mia vita! - e, se Dio
vorrà,ancor meglio ti amerò dopo la morte.

Elizabeth Barrett Browning
 

La Cura di Franco Battiato
da L'Imboscata - PolyGram 1996

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d'umore,
dalle ossessioni delle tue manie.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce
per non farti invecchiare.
E guarirai da tutte le malattie,
perché sei un essere speciale,
ed io, avrò cura di te.

Vagavo per i campi del Tennessee
(come vi ero arrivato, chissà).
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni
attraversano il mare.

Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.
Percorreremo assieme le vie che portano all'essenza.
I profumi d'amore inebrieranno i nostri corpi,
la bonaccia d'agosto non calmerà i nostri sensi.
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
TI salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te...
io sì, che avrò cura di te.