DURLINDANA - NUMERO 4
INDICE:
Riti d'iniziazione femminili
-il kinaaldà
Poesia I- Figlio della luna
Poesia II - Da “mari di Grano” di Daniel Varujan
“…Il mio maestro m'insegnò com'è difficile trovare l'alba dentro l'imbrunire”
F.BattiatoLo spunto per l'editoriale ci viene dalla recente ed accesa polemica riguardo la legge sulla fecondazione assistita e sul relativo referendum teso ad ampliarne i margini di libertà di scelta individuale e quindi ad abrogarne prescrizioni e limitazioni ritenute troppo restrittive.
Recentemente abbiamo avuto modo di assistere ad una conferenza sull'argomento, organizzata dai ragazzi di Militia Christi (che colgo l'occasione per ingraziare), molto ben argomentata, che ha contribuito a chiarire alcuni punti oscuri della questione e ad averne una visione complessiva, lì dove molti fattori avevano favorito una certa confusione.
Non desideriamo entrare nel merito della legge e dei punti referendari, essendo il problema, secondo noi, tanto più in profondità, rispetto alla questione giuridica, da rendere del tutto vana ogni speculazione su numeri d'embrioni, coppie di fatto, fecondazioni eterologhe ecc.
La prima osservazione necessaria è che, in conferenze e dibattiti inerenti questo tema, a sventolare granitiche convinzioni di verità assolute sono quasi esclusivamente gli uomini, capaci di astrarre ideologicamente la questione e portarla su linee di principio e di massimi sistemi. Per una donna invece non è facile affrontare questi argomenti con un sereno distacco intellettuale, quando si parla di maternità entra in gioco un complesso groviglio di emozioni, carne, sangue, che ostacola il puro pensare, offusca la percezione dell'oggettivamente Vero. Tuttavia un'oggettiva verità in merito esiste e come: è scomoda, difficile, nascosta dietro la retorica modernista, il relativismo positivista, il miraggio freudiano che pone al centro dell'universo un misero Io, contro la grandezza di Dio. La verità alla base è l'assoluta sacralità della vita, oggi smarrita, messa in dubbio, dimenticata; non parliamo soltanto dei diritti dell'embrione, essere umano – e quindi inviolabile - fin dal momento del concepimento, ma anche, più in generale di una sfera del Sacro che sovrasta, regola e trascende il mondo ed a cui – sola – è dato di poter gestire i misteri della nascita e della morte. In quest'ottica ogni manipolazione del naturale corso delle cose, dall'aborto alla fecondazione artificiale, fino all'eutanasia, non è che un'egocentrica sovversione dell'ordine divino, lì dove l'uomo pretende assoluta autonomia d'azione, decisione e creazione in nome di presunti diritti naturali e dei sempre più avanzati progressi scientifici.
Un sacerdote, durante la sopraccitata conferenza, ha ricordato che la maternità non è un diritto, ma un dono che, in quanto tale, può essere atteso, ricercato, voluto, ma mai preteso.
In questa semplice frase è il nucleo di tutto il nostro discorso, in essa viene a cadere il mito moderno della maternità come libera scelta tutta femminile, la cui rivendicazione portò alla famigerata legge sull'aborto.
In questa semplice frase è celato il No, ed il motivo di esso, a qualunque pratica esterna s'interponga tra l'uomo e la Grazia. In questa semplice frase si richiede un'accettazione umile e “passiva” d'un volere che non sempre può coincidere col nostro, e questa è la parte più difficile, più antimoderna, più dolorosa che, anche in uno spirito aperto alla fede ed alla comprensione, si scontra duramente contro il muro dell'individualismo, dell'emotività, della sfera sentimentale.
Qui s'innesta una seconda considerazione di respiro più ampio e maggiormente pessimista:
tutto il nostro discorso precedente, secondo noi e secondo chiunque conservi il proprio saldo legame con il sacro e la tradizione, è impeccabile e Vero in senso assoluto, del resto noi non crediamo nel relativismo democratico! Tuttavia, all'interno della querelle legislativa, la nostra voce non potrà che avere un valore – prezioso? scomodo? – d' ammonimento ed esempio, ma ogni pretesa in merito non potrà che essere vana ed ingiustificata: dal momento che l'Italia è costituzionalmente uno stato laico, senza un riferimento religioso che abbia un reale riconoscimento giuridico, non vedo come o perché nel legiferare dovrebbe tener conto di qualsiasi precetto di matrice sacrale e religiosa. Sul piano etico, d'altro canto, 60 anni di liberismo laico, oggi sempre più acceso e palese, stanno portando i frutti sperati, per cui non c'è donna che non rivendichi il predominio assoluto sul proprio corpo e la liceità di qualunque mezzo “legale” per ottenere ciò che la natura non concede, il tutto trasportato su un terreno infarcito di retorica e buonismo, di psicanalisi salottiera, femminismo e demagogia.
Troppo lungo sarebbe dibattere su come il medesimo processo di desacralizzazione sia in corso per ciò che riguarda la famiglia, l'educazione, la coscienza sociale ed individuale. Per lo stesso motivo è superfluo scandalizzarsi se un provocatore pretende che il crocifisso venga tolto dalle scuole, sbattendoci in faccia – lui, che ne sia o meno degno, forte di un Credo tradizionale che in quanto tale è inscindibile dal concetto stesso di stato – tutta la debolezza e l'ipocrisia d'una nazione giuridicamente senza Dio, che da una lato sbandiera, con fanciullesca veemenza, l'attaccamento al presepe, quasi come ad un ricordo di famiglia, e dall'altra sottoscrive, tronfia d'orgoglio cosmopolita, una costituzione europea che nega ogni riferimento alle proprie radici religiose e svendendo la sua storia gloriosa di fede e d'onore, per i principi illuminati della Rivoluzione Francese. Questa è L'Italia di oggi, dalla quale non si può più pretendere che riesca a guardare più in la del proprio orto o del proprio ventre, specie nel merito di scelte dal profondo valore etico e religioso come quelle sulla vita o la famiglia, ormai del tutto declassate alla sfera del “privato”. Questi sono i valori costituzionali che ci siamo dati e che compaiono come elementi fondanti in sostituzione delle radici cristiane: fraternità, uguaglianza, libertà…
Fraternità, la stessa per amore della quale esportiamo per il mondo la democrazia.
Uguaglianza, quella in nome della quale, poiché ogni popolo ha diritto alla sua terra, ed ancor più chi abbia tanto sofferto (e tanto pagato) c'è un popolo in Palestina cui è stato imposto di regalare ad altri la propria ed a cui viene concesso, filantropicamente, di rimanervi come ospite indesiderato.
Ed infine la Libertà , lei che “per seguir virtute e conoscenza” da troppo tempo naviga, attraverso un mare d'illusioni, al di là delle colonne d'Ercole, in un delirio nichilista che chiede in pegno l'anima per concedere solitudine, smarrimento, paura, celati dietro un miraggio d'onnipotenza.
Un realtà che atterrisce, dalla quale ci si vorrebbe tirar fuori, con un senso di disgusto, d'incolmabile diversità, ma che allo stesso tempo avvolge come un vortice dal quale è impossibile sottrarsi, per il fatto stesso di viverci dentro, ma soprattutto per quel richiamo guerriero all'azione, per quel senso d'anarchica ribellione jungheriana, intesa come perenne rivolta esistenziale e per quel la tensione pura, ideale, verso il cambiamento che trasformano l'utopia in Lotta e Speranza.
Simona Carucci
Il tè giunse in Europa solo intorno alla metà del 1600, ma nel mondo orientale esso era gia conosciuto ed apprezzato fin dall'VIII secolo.
In oriente il posto che il tè occupa è paragonabile a quello del vino in occidente.
Una leggenda sostiene che sia stato Buddha in persona ad introdurre l'uso del tè a scopo meditativo.
La pianta del tè è originaria della Cina meridionale, fin dall'antichità ad essa s'attribuivano proprietà terapeutiche sia per il corpo che per lo spirito: dava sollievo dalla fatica, rafforzava la volontà e la concentrazione; forse per questo motivo l'utilizzo del tè divenne comune in ambito monastico -I monaci taoisti lo utilizzavano soprattutto come coadiuvante durante le lunghe ore di meditazione - ove trovò una collocazione duratura nel tempo e dove sviluppò aspetti sacrali e rituali.
In Giappone l'uso del tè si diffonde soprattutto seguito dello sviluppo della dottrina Zen, una forma di Buddhismo contemplativo, nel XIII sec.
Si narra che il monaco Eisai, intorno al 1200 dopo un lungo periodo trascorso in Cina studiando lo Zen, abbia riportato con se, in Giappone, i semi di quella pianta dalle proprietà magiche ed abbia iniziato a coltivarla nel giardino del monastero.
Solo in un secondo momento il tè si diffuse anche in ambito laico sviluppando forti affinità con l'arte, l'estetica, l'azione contemplativa, ma rimanendo sempre legato, nei simboli, nei gesti, nell'uso, alla sfera sacrale.
La cerimonia del tè rappresenta dunque un ponte tra il quotidiano e il metafisico, tra vita ed arte, sacro e profano.
Nasce una vera e propria pratica rituale, Il Chado, La Via del tè
Una costante ricerca, estetica e simbolica, dell'assoluto nella semplicità, del complesso nell'essenziale, tipica della filosofia Zen.
Solo chi abbia praticato il Chado, può officiare il rito della cerimonia.
Lo Zen afferma che in qualsiasi attività, anche la più piccola, sono necessarie concentrazione, applicazione, purificazione, devozione, tipiche dell'atto sacrale.
A partire dal XIV sec esso si diffuse tra le classi aristocratiche ed in particolare nella casta dei Samurai, che praticarono il Chado con la stessa solennità con cui si dedicavano allearti marziali e vi ricorrevano sovente prima della battaglia come atto preparatorio di meditazione e rilassamento.
Il tè utilizzato nella cerimonia è d'un colore verde brillante, finemente polverizzato e disciolto in acqua calda con un frullino di bambù; ne risulta una bevanda densa, spumosa, dal sapore leggermente amaro che uno scrittore giapponese ha definito “spuma di giada liquida”.
La cerimonia si divide in tre momenti.
Kaiseki, un leggero pasto prima del tè
Koicha, il tè denso
Usucha il tè leggero
La cerimonia nella sua interezza è molto lunga e riservata ad occasioni particolari, mentre nella pratica comune si limita al solo momento dell'Usucha. Un codice molto elaborato regola tutte le fasi della cerimonia: dal numero d'invitati, al lavaggio rituale delle mani, dalla sala adibita all'officio, al posto riservato ai vari ospiti, dai gesti di preparazione e di servizio, alla foggia delle tazze in ceramica appositamente realizzate: tutti i particolari sono meticolosamente curati affinché il risultato si uniformi ad una superiore Armonia.
Ogni singolo movimento ha la sua importanza e profondità, compiuto nel più assoluto silenzio, simbolo del Vuoto cui lo zen aspira, è un atto di devozione ed offerta, di bellezza sublimata e contemplazione.
La stanza dove la cerimonia si svolge è una sorta di tempio interno alla casa ed adibita alla sola cerimonia.Questa è generalmente di piccole dimensioni, sufficiente ad ospitare massimo sei persone, al suo interno si ricerca la maggiore semplicità possibile, per questo la stanza, al cui centro è posta una teiera, è abbellita da un unico pannello dipinto raffigurante motivi animali o floreali, è chiusa su tutti e quattro i lati, il che, insieme alla luce soffusa che vi si fa filtrare, contribuisce a conferirle un'atmosfera rarefatta d'isolamento e solennità.
Un tempo la cerimonia del tè era d'esclusivo appannaggio maschile, col tempo essa si è aperta alle donne che oggi ne sono le principali custodi, depositarie della tradizione, ed ancora assidue nella pratica.
Non concludiamo, come di consueto, con una ricetta, che snaturerebbe la dimensione tutta spirituale di quest'arte rituale, ma con le parole di un antico maestro che ne spiegano l'essenza con tutta la semplicità e la forza della grande sapienza orientale.
“ Chado, la Via del Tè , si basa sul semplice atto di bollire l'acqua, preparare il tè, offrirlo agli altri e berne noi stessi. Servito con un cuore rispettoso e ricevuto con gratitudine, una tazza di tè soddisfa sia la sete fisica che quella spirituale. Il mondo frenetico e le nostre miriadi di dilemmi lasciano esausti il nostro corpo e la nostra mente. E' allora che andiamo alla ricerca di un posto dove trovare un momento di pace e tranquillità. Questo posto può essere trovato nella disciplina di Chado. I quattro principi di ARMONIA, RISPETTO, PUREZZA e TRANQUILLITA' codificati circa quattrocento anni fa, sono una guida senza tempo alla pratica di Chado. Incorporarli nella vita di ogni giorno ci aiuta a trovare quel posto di tranquillità che è in ognuno di noi."
Soshitsu Sen, XV Gran Maestro del Tè di Urasenke
Riti d'iniziazione femminili“La donna è la vita dell'albero fiorente, mentre l'uomo deve nutrirlo e averne cura. Una delle vergini porta la verga fiorente, un'altra la pipa che da pace, la terza porta l'erba che guarisce e la quarta il cerchio sacro, chè tutti questi poteri insieme sono il potere della
donna.” J.G.Neihardt da “Alce Nero parla”
I riti d'iniziazione servono per creare individui adulti, su cui la società possa continuamente contare, per assicurare la propria sopravvivenza e quella delle tradizioni ancestrali su cui si fonda.
Nel caso delle iniziazioni femminili, questa necessità, assume delle valenze di carattere vitale: non può esistere una società in cui almeno il ruolo meramente riproduttivo della donna, possa essere sottovalutato.Nel campo degli studi antropologici, le iniziazioni femminili non hanno quasi mai ricevuto l'attenzione che meritavano da parte degli studiosi. Oltretutto anche nei casi in cui si profilava un certo interesse al riguardo, ai ricercatori sul campo spesso veniva impedito di assistere alla maggior parte delle cerimonie precluse allo sguardo maschile.
Soltanto pochi esempi d'iniziazione femminile, dunque, sono stati riferiti in tutti i loro particolari e ancora meno numerosi sono gli esempi sottoposti ad un'approfondita analisi.
Anche se possono trovarsi variamente combinati tra loro, nei diversi complessi rituali sono stati individuati quattro “tipi ideali” di iniziazione femminile: 1) riti di mutilazione corporea, che comprendono operazioni sul fisico dell'inizianda come tatuaggi, scarificazioni, clitoridectomia, o altre operazioni sui genitali o come il procedimento della “modellazione” dei Navajo; 2) riti che comprendono l'identificazione con un'eroina mitica, sia essa una dea, un'eroina culturale, un'antenata primordiale o qualche altra figura prototipica; 3) riti che prevedono un viaggio cosmico, in cui l'inizianda viene simbolicamente condotta nei cieli, nell'oltretomba, nella luna, o in altri luoghi di significato cosmologico, allo scopo di innalzarla al di là della sua normale posizione e identità; 4) riti imperniati sul gioco degli opposti, in cui categorie normalmente contrapposte e reciprocamente esclusive come maschio/femmina, umano/divino, sopra/sotto, destra/sinistra, nero/bianco e selvaggio/ domestico, si trovano in qualche modo unite nell'inizianda, costituendola come un essere che trascende le dualità e la frammentazione dell'esistenza mondana.
Le azioni trasformative che si realizzano in queste quattro tipologie sono di tre livelli correlati tra loro. Inprimo luogo i riti d'iniziazione femminile trasformano la ragazza in una donna, conferendole la condizione di maritabilità. In secondo luogo questi riti rinnovano la società, in quanto le nuove donne vengono dotate della capacità di assumere i ruoli produttivi e riproduttivi a loro consoni per il bene della loro comunità di appartenenza. In terzo luogo essi rinnovano il cosmo, in virtù dell'omologia tra la fertilità dell'inizianda e quella della natura in genere
Adesso, sulla cima del Gobernador Knob, sono qui.
Al centro dell' Hogan della mia conchiglia bianca. Sono qui.
Proprio sull'apertura della conchiglia bianca, sono qui.
Proprio alla fine dell'arcobaleno, sono qui.
(Canto rituale Navajo)
Un esempio di come le tradizioni sociali sono legate all'ideale della donna, ricettacolo delle energie cosmiche incanalate per il corretto sviluppo spirituale della società, è la complessa e impegnativa (dal punto di vista dell'inizianda) cerimonia della pubertà Navajo: il Kinaalda (“prima mestruazione”, o forse anche “seduta in casa”).
Il fulcro centrale del Kinaalda è la fortissima identificazione dell'inizianda con l'Antenata Primordiale, la Dea Donna Mutevole (Changing Woman, in saad, la lingua dei Navajo, “Asdzáá Nádleehé”, nota anche come Donna dalla Conchiglia Bianca o White Shell Woman). Essa rappresenta il principio fondamentale della spiritualità Navajo: “Hozh” che tradotto letteralmente significa “bellezza” ma anche “armonia”, “equilibrio”, “benevolenza”; al di là delle semplici parole esprimenti concetti astratti, Donna Mutevole è, Lei stessa, tutto quello che contiene l'Universo, e i suoi cicli armonici che regolano la vita dell'Uomo. Ella s'identifica con la vegetazione, la fertilità la crescita, l'abbondanza e rappresenta inoltre l'ideale femminile sia dal punto di vista spirituale che fisico. Questo ideale si manifesta nella forte esperienza che la ragazza compie durante i quattro giorni in cui si svolge la cerimonia. Ciò corrisponde alla concezione di vita dei Navajo, che dal punto di vista socio-economico è regolata dal movimento e dallo scambio continuo nel campo dell'attività produttiva. Quest'area è dominata dall'universo femminile; l'area contrapposta e complementare, quella della cultura invece, è associata all'universo maschile. L'uomo è l'origine e culmine di tutto, la donna ne è la crescita e la trasformazione.
Il Kinaalda riflette proprio questa concezione: durante la cerimonia, infatti, vengono eseguiti dei canti di cui la voce guida è maschile; la durata del rito e le Quattro Direzioni verso cui esso si rivolge sono simboli ben precisi: l'uomo è l'alba e la notte, la donna è l'esatto contrario. I Navajo pensano che il giorno e la luce siano positivi e che la notte e l'oscurità siano negativi. I Navajo sono attivi di giorno, ma statici di notte, come regola fissa, e la cerimonia del Kinaalda riflette questo stato di cose durando senza soluzione di continuità quattro giorni e quattro notti.
Nella Via della Benedizione si narra che quando la Donna Mutevole raggiunse la Terra , le maree si ritirarono e lei si trovò sulla cima di una montagna, qui, amata dal Sole e dalla Pioggia, rimase incinta e diede alla luce due Gemelli, gli eroi culturali della mitologia dei Navajo: l'Uccisore di Nemici e il Figlio dell'Acqua, che soggiogarono il mondo dei mostri e instaurarono la civiltà dei tempi attuali. Il popolo, a quell'epoca, era tormentato da un gufo gigante, che venne eliminato dall'Uccisore di Nemici. Fu solo allora che la vita della tribù fu salva. La Madre e il Figlio tornarono al villaggio con la carne che avevano cacciato, giunta lì, Lei emise un grido di vittoria e di piacere che ancora oggi riecheggia nell'urlo delle madrine della cerimonia del Sole nascente.
La madrina è guidata dagli spiriti per dare inizio alla cerimonia della pubertà per tutte le figlie della tribù, e per istruire le donne della tribù nei rituali e nei riti della femminilità.
La Donna dalla Conchiglia Bianca, segue i suoi ritmi, e quando diventa vecchia si alza ad est del sole e un attimo prima di vedere se stessa giovane, si incorpora nella visione e raggiungendosi ritorna a quella condizione. Tutto questo si ripete dalle origini di generazione in generazione, fino ad oggi, in tutte le fanciulle che partecipano alla cerimonia del sole. Impersonificando la Donna Dipinta di Bianco, la ragazza si connette spiritualmente con il suo heritage spirituale, quello che Essa sperimenta per la prima volta con la sua mente e la sua anima. Nella sua connessione con la Donna Dipinta di Bianco, l'inizanda perde il controllo delle sue debolezze e delle oscure forze della propria natura e scopre il proprio potere spirituale e la propria abilità rigenerativa
In un secondo momento, impara cosa vuol dire essere donna tramite le mestruazioni e attraverso il rigoroso training che deve sopportare per quattro giorni. Le donne Apache che hanno passato questo momento affermano di aver accresciuto la loro autostima e la fiducia in se stesse, quando la cerimonia finisce, si può percepire il Cambiamento, il Passaggio. Successivamente, la ragazza sperimenta la manifestazione interpersonale della sua cultura: essa mette in pratica la necessità di lavorare duro per far fronte al bisogno degli altri, l'usare le proprie capacità terapeutiche per gli altri, e il presentare se stessa al prossimo in maniera dignitosa e piacevole anche quando è esausta.
Il suo temperamento al momento della cerimonia, è il primo indizio di quello che diverrà in futuro. Nell'ultimo passaggio, la cerimonia deve trasmettere familiarità e reciprocità verso i doveri della tribù e approfondisce la connessione della ragazza con la propria eredità culturale.
Durante i primi quattro giorni del Kinaaldá, le azioni dell'inizianda sono piuttosto limitate. La fanciulla,infatti, deve trascorrere la maggior parte del suo tempo nell'Hogan (capanna di tronchi o in muratura) di famiglia, a macinare chicchi di cereali. Grazie al laborioso impegno di quei giorni, si pensa che ella sarà laboriosa per tutta la vita. Dovrà sottoporsi a dei tabù ben precisi: sopportare una dieta ristretta, pettinarsi i capelli in più direzioni diverse e lavarseli più volte; dovrà vestirsi e spogliarsi e dovrà preparare un dolce chiamato Alkaan, correre ed essere massaggiata. Dovrà inoltre indossare una speciale serie di ornamenti con un rito particolare che comprende la pittura di alcune parti del corpo e del vestito con dell'argilla: la Donna Mutevole è come una maschera che deve emergere dalle altre per identificarsi con la femminilità. La ragazza viene ricoperta con una mistura sacra, composta di grano e argilla, che non deve lavar via prima che la cerimonia sia finita, benedirà quindi i presenti aspergendoli con del polline.( figura ) Il rituale inizia quindi con il lavaggio dei capelli, che vanno lavati secondo regole precise e legati con stringhe di pelle di daino. Una volta iniziata la cerimonia, la novizia è seguita dalla madrina e dallo sciamano. Quando la famiglia deve scegliere la madrina, si presenta all'alba a casa di lei e le mette una penna tra i piedi, se la madrina accetta, prende la penna e la famiglia deve procurargli tutto quello che ella indicherà necessario per la guida della loro figlia, dato che è proprio la madrina che dovrà restare con lei per quattro giorni danzando, correndo e massaggiando la ragazza. Sempre la madrina dovrà dare da mangiare e bere alla ragazza, attenderla quando sarà esausta e confortarla nello spirito. Il compito dello sciamano, invece, sarà quello di cantare e intonare preghiere, accompagnato dai percussionisti. La macinatura del grano, insegnerà alla ragazza a capire e a provvedere ai bisogni del proprio popolo, giacché il grano è la base della loro alimentazione. L'azione del macinare non verrà più dimenticata, perché deve essere eseguita in ginocchio e seguendo dei ritmi ben precisi.
L'inizianda viene poi ripetutamente “modellata” con una serie di massaggi particolari che durano per tutto il tempo della cerimonia; questi massaggi vengono eseguiti da un gruppo di donne anziane e dalla madrina. Mentre la ragazza giace supina, l'aiutante della madrina e la madrina stessa, eseguono una serie completa di massaggi su tutto il suo corpo,che devono essere fatti alla perfezione se si vuole che la fanciulla rifletta l'immagine della Donna Mutevole. Questa pratica ha come scopo esplicito la riplasmazione definitiva dell'individuo femminile, sia in termini di natura corporea che di carattere morale. Si afferma, infatti, che in occasione della sua iniziazione, il corpo della fanciulla diventa di nuovo morbido come al momento della sua nascita, in modo tale da essere sensibile alle pressioni su di lei esercitate dalle mani, dalle menti e dalle parole di coloro che la circondano. I massaggi, vengono eseguiti nel primo e nell'ultimo giorno del Kinaaldá, questo sta a significare che il corpo può mutarsi nella forma desiderata e trasmettere energie dalla praticante alla beneficiaria e accresce i poteri e le energie della stessa. Per tre volte al giorno deve correre verso est, partendo dall' Hogan , nella direzione del sole. Il correre in direzioni diverse, simboleggia i quattro stadi della vita. Quando infine questa specie di caccia al sole, sembra avere successo, ciò significa che l'inizianda, come Donna Mutevole, sarà anch'ella fecondata dal sole. Ma questo non accadrà finché l'inizianda non sarà completamente assimilata alla Dea, nel corso della quarta notte del rito, che viene interamente dedicata ai canti sacri. In questi canti l' Hogan della famiglia dell'inizianda viene identificato con quello di Donna Mutevole, che era situato sul Gobernador Knob, la montagna sacra su cui la Dea nacque dall'unione del Cielo e della Terra. Tutti coloro che ascoltano il canto, inoltre, assumono l'identità degli dei che presero parte all'iniziazione di Donna Mutevole. Il canto è necessità, speranza, partecipazione e guida, è una maniera di trasformare la frustrazione in potere. Questi canti rituali, sono parte integrante della tradizione orale e svolgono funzione educativa, la medesima funzione inoltre è svolta dalla stressante sacralità del rituale. All'alba del quinto giorno, quando il canto, durato tutta la notte, volge al termine, l'inizianda corre verso est per l'ultima volta, verso il sole che sorge, che ha appena gettato la sua luce su di lei attraverso la porta esterna dell' Hogan . Poco dopo tutti coloro che hanno partecipato al canto escono per mangiare una specie di torta dolce di cerali, (“Alkaan”), che è rimasta a cuocere tutta la notte in un forno interrato. L' “Alkaan” è di forma circolare perché deve rappresentare il sole e come il sole viene tagliato: a cominciare da est, e sulla sua superficie viene asperso del polline. All'interno del dolce ci sono i simboli del sole e della terra, del maschio e della femmina, della vegetazione, della gravidanza, della nascita, dei quattro punti cardinali, dello zenit e del nadir. Tutti mangiano di questa torta, tranne l'inizianda, che la offre a tutti i presenti come se fosse stata proprio lei ad aver prodotto la torta e tutto ciò che essa rappresenta. Si crede addirittura che il Kinaaldà assicuri la rinascita universale, come conseguenza dell'iniziazione di una donna a Donna Mutevole, infatti, durante il primo rito di questo genere, fu detto: "Ci sarà nascita. La vegetazione e tutto ciò che viaggia sulla superficie della terra, senza eccezione, tutto genererà. Questo è il risultato che avrai ottenuto" .
1MIRCEA ELIADE, “Enciclopedia delle Religioni” , Jaca Book, Milano, 1993. p. 315
“Si è uomo o donna fisicamente, solo perché lo si è trascendentemente, e la caratteristica del sesso, lungi dall'essere cosa irrilevante nei confronti dello spirito, è segno indicatore di una Via, di un Dharma distinto”
J.Evola8 Marzo, festa della donna. Ma di quale Donna? Già difficile sarebbe concordare sulla tipologia femminile che si va a “celebrare”, mentre le radici politiche di questa data contribuiscono a rendere la festa ancor più parziale e strumentale.
Crediamo inoltre che ci sia ben poco da festeggiare considerate le condizioni sempre peggiori in cui verte la categoria!
Preso atto - tristemente - del fatto che NON viviamo, né probabilmente la nostra generazione avrà mai modo di vivere, in una società di tipo Tradizionale, sarà forse utile affrontare un discorso più pragmatico sulla situazione socio- antropologica del femminile e sulla recente storia delle donne.
Alla fine del 1800 i primi movimenti di contestazione femminile rivendicavano giuste attenzioni alla propria causa, la società post industriale le aveva scaraventate nel mondo del lavoro extra domestico, senza operare i doverosi distinguo ed applicare tutele adeguate al loro ruolo procreativo e familiare, di fatto mortificando e reprimendo l'enorme valore sociale della maternità. “Dagli anni ottanta dell'Ottocento fino al primo decennio del Novecento, la maternità fu assunta dai movimenti delle donne come riferimento prioritario nelle battaglie a sostegno dei diritti politici e sociali. E' questo un aspetto poco noto del femminismo degli inizi del secolo, e di particolare interesse, se si pensa che proprio la maternità aveva connotato l'esclusione delle donne dalla costruzione della moderna cittadinanza. La richiesta del suffragio era rivolta a ottenere, più che l'uguaglianza formale con gli uomini, politiche sociali più favorevoli alle donne. Le riforme di welfare che vennero varate in quei decenni in vari paesi occidentali riguardavano infatti principalmente i lavoratori e la povertà maschile; le donne fino alla prima guerra mondiale non ebbero piena cittadinanza ed erano scarsamente visibili nel mercato del lavoro. La povertà femminile era aggravata spesso dai numerosi figli, cosicché povertà e maternità erano condizioni strettamente intrecciate L'intensa attività dedicata dai movimenti femministi alle politiche sociali e all'assistenza nei confronti delle madri, delle operaie, delle vedove, delle indigenti e delle abbandonate, muoveva dunque da una concezione della 'differenza' che, nel rielaborare le immagini tradizionali della 'natura' delle donne, individuava proprio nella maternità l'aspetto più qualificante, e positivo, del femminile. Al di là delle diversità di cultura e di classe, nella maternità fu ravvisata una condizione universale capace di suscitare la più vasta mobilitazione per uno Stato assistenziale e una cittadinanza non più neutra, che valorizzassero, nel riconoscimento dei diritti delle madri, le virtù e le competenze femminili, spesso additate come nuove 'virtù civili' ” ( http://webscuola.tin.it/risorse/storia)
D'altro canto, specie nelle classi più povere la donna era stata privata, dalla necessità e dall'indigenza, del suo ruolo primario e tradizionale e veniva spesso sfruttata, come pure i bambini, come forza lavoro a basso costo proprio in quanto non tutelata.
Fin qui ci sentiamo di approvare questa lotta politica, mirata a rimanere a galla in un mondo già corrotto dal nuovo dio denaro, fondato sulle leggi crudeli della domanda, dell'offerta, della produttività disumanizzata.
Riteniamo anzi che su questi fronti oggi la situazione sia ancora molto grave e nel complesso irrisolta.
Una donna che decidesse di non lavorare per dedicarsi alla famiglia, non può farlo, se non nel caso in cui il proprio uomo guadagni uno stipendio almeno “doppio” rispetto alla media. Una donna che scelga di lavorare, per necessità o desiderio d'appagamento personale, incontra una serie enorme di ostacoli al sopraggiungere della maternità, che spesso si spingono – soprattutto nei casi sempre più frequenti di contratti precari - fino al licenziamento, ed alla discriminazione rispetto alle donne senza figli, in fase di riassunzione. Chi voglia ottenere un posto di responsabilità, non penso solo a casi di donne rampanti e carrieriste, ma anche ad esempio a donne medico, ricercatrici ecc, è costretta a farlo, per non incorrere nelle suddette discriminazioni, prima di avere dei figli, il che ha comportato e comporta un'innalzamento preoccupante dell'età media per la procreazione, che oggi è al di sopra dei 35 anni.
Se tutto questo meccanismo è, in parte, foraggiato dalle stesse donne, dalla mentalità moderna e post femminista, è pur vero che lo stato, politicamente ed eticamente, rimane il principale responsabile, artefice – con la mancanza di assistenza ed agevolazione, con le sue leggi non scritte, il pensiero liberal-capitalista che lo ispira, la desacralizzazione e lo smembramento del concetto di famiglia, la promozione di un modello sociale egocentrico e borghese- di un reale ostruzionismo sia attivo che passivo ad una corretta determinazione dell'essere Donna.
Ma già all'inizio del 1900 tra le teoriche del femminismo ci fu chi sentì come limitante questo tipo di rivendicazione e teorizzò una lotta diversa: una lotta d'equiparazione all'uomo in ogni contesto della vita pubblica e privata, mentre, su un piano più filosofico, venne teorizzata un'emancipazione dal ruolo familiare di moglie e madre, in nome di un'identità neutra di “individuo” libero e svincolato da doveri biologici o sociali, ma equiparato nei diritti al resto della popolazione civile. È palese la contraddizione interna tra la pretesa di diritti sociali e di contro il rifiuto verso i doveri, quali appunto il riconoscimento e l'accettazione del proprio ruolo ontologico, lì dove il tessuto sociale si basa appunto sulla sinergia tra stato e cittadino in una rete costante di dare ed avere. Un percorso perverso che scardina il concetto di comunità, di societas nel suo senso più alto e sacro, nel quale ogni singolo è parte stessa del tutto, ogni arto è parte inscindibile del corpo, come Muzio Scevola e S.Paolo ricordano, verso l'affermazione dell'individuo al centro del proprio microcosmo, isola dispersa e deserta senza radici né identità.
Da questo momento in poi, e su questo binario, il movimento femminista acquista sempre maggiore forza ideologica ed è da questa degenerazione che, nonostante le molte vittorie politiche e le apparenti conquiste su ogni fronte di rivendicazione, si compie un definitivo processo di decadenza della realtà femminile.
“Il cosiddetto femminismo non ha saputo concepire per la donna una personalità, se non ad imitazione di quella maschile, si ché le sue rivendicazioni mascherano una sfiducia della donna nuova verso se stessa, l'impotenza di questa ad essere ed a valere come ciò che essa è” (J. Evola)
Prende piede l'idea che la donna sia unica padrona e responsabile del proprio corpo e quindi anche della maternità, su cui pretende d'avere diritti esclusivi, compreso quello d'aborto; l'idea, di per se legittima, che la donna possa riuscire ovunque riesca un uomo, e la conseguente pretesa di spingersi al di là delle proprie competenze, e dei propri limiti, produce contaminazioni e paradossi, dalla donna militare all'uomo mammo e casalingo che asseconda il carrierismo della propria compagna; sul piano politico si vorrebbe un'equiparazione giuridicamente regolata del numero di uomini e donne presenti in un determinato partito, organo statale o posto di lavoro, richiesta mortificante per una donna oltre che antidemocratica ( non che la cosa ci dispiaccia in se, ma risulta contraddittorio in un paese tanto fiero della sua democrazia!) poiché con l'inflazionato termine di “pari opportunità” si chiede di ottenere posti e privilegi sulla base di una discriminazione sessuale e cioè per il solo fatto di essere donne a prescindere da meriti, abilità e consenso.
Questi non sono che alcuni esempi; falle, contraddizioni, conflittualità che ci portano, una volta di più, a leggere criticamente l'esperienza femminista ed a distaccarcene nettamente, anche e soprattutto alla luce della sua matrice ed i suoi risvolti così fortemente antitradizionali: la filosofia positivista; la solitudine, lo svuotamento, il dolore che permeano, ad esempio, le pagine di Simone de Beauvoir, immersa in un profondo nulla esistenziale d'infelicità, pessimismo ed oscurità inesorabile (Se i suoi scritti sono l'essenza intellettuale del movimento femminista, si può ben capire come, oggi, la depressione e l'insoddisfazione siano gli effetti più diffusi, dietro l'apparenza della libertà e dell'emancipazione.); Il mito dell'autoaffermazione, dell'indipendenza assoluta da ogni vincolo etico, religioso o biologico che sia; Il rifiuto del proprio Essere più intimo, archetipo immutabile, in un atto “illuminato” d'egoismo e superbia, come se esso potesse essere scelto, modificato oppure abbandonato a piacimento, come se nulla vi fosse prima, dopo ed oltre le nostre piccole umane vanità: è la vittoria del misero, del basso, del meschino, Evola direbbe del “femmineo”, stavolta in senso negativo, che, solo e disperso, mancante dell'elemento trascendente che gli conferisca stabilità e potenza, non genera che effimero caos.
POESIAFIGLIO DELLA LUNA
Mecano (traduzione dall'originale spagnola)Per chi non fraintenda
narra la leggenda
di quella gitana
che pregò la luna bianca ed alta nel ciel.
Mentre sorrideva
lei la supplicava: "Fa' che torni da me!""Tu riavrai quell'uomo, pelle scura,
con il suo perdono, donna impura,
però in cambio voglio
che il tuo primo figlio venga a stare con me."
Chi suo figlio immola
per non stare sola non è degna di un re.Luna, adesso sei madre,
ma chi fece di te una donna non c'è.
Dimmi, luna d'argento,
come lo cullerai se le braccia non hai?
Figlio della luna!Nacque a primavera un bambino
da quel padre scuro come il fumo
con la pelle chiara,
gli occhi di laguna
come un figlio di luna.
"Questo è un tradimento!
Lui non è mio figlio ed io no, non lo voglio!"Luna, adesso sei madre,
ma chi fece di te una donna non c'è.
Dimmi, luna d'argento,
come lo cullerai se le braccia non hai?
Figlio della luna!Il gitano folle di dolore
colto proprio al centro nell'onore
l'afferrò gridando,
la baciò piangendo, poi la lama affondò.
Corse sopra un monte
col bambino in braccio e lì l'abbandonò.Luna, adesso sei madre,
ma chi fece di te una donna non c'è.
Dimmi, luna d'argento,
come lo cullerai se le braccia non hai? …Figlio della luna!Se la luna piena poi diviene
è perché il bambino dorme bene,
ma se sta piangendo
lei se lo trastulla, cala e poi si fa culla, ma se sta piangendo
lei se lo trastulla, cala e poi si fa culla.
Da non molto è trascorso il “giorno della memoria”.
Dedichiamo questa poesia sulla tragica vicenda dell'Armenia a tutti i genocidi dimenticati - trascorsi ed attuali - estromessi da una “memoria” parziale ed esclusiva, perché politicamente scomodi, economicamente poco allettanti o solo perché inutili alla causa mondialistaDa “mari di Grano” di Daniel Varujan
Con la penna di canna cantai glorie
Per liberare te – patria mia
L'avevo recisa nel bosco di platani
Per liberare te – patria antica
Con la penna di canna cantai gli Dei
Sorgeva luce dalla gola della canna.Con la penna di canna cantai nostalgie
Per liberare voi – esuli Armeni
Virgulto di una pianta straniera
Per liberare voi – poveri esuli
Con la penna di canna cantai le spose
Sgorgava pianto dalla gola della cannaCon la penna di canna cantai sangue
Per liberare voi – vittime della spada
Erba inaridita tra le ceneri
Per liberare voi – vittime del fuoco
Con la penna di canna cantai ferite
Usciva il mio cuore dalla gola della cannaE la lotta, la lotta, la lotta cantai
Per liberare voi – guerrieri armeni
Attizzò i cuori arsi la mia penna
Per liberare voi – guerrieri valorosi
Con la penna di canna cantai vendetta
Divampava fuoco dalla gola della canna.
Questo quarto numero di Durlindana esce con un po' di ritardo e di questo ci scusiamo!
Desideriamo ancora ringraziare le ragazze che ci scrivono e ci sostengono, con le quali speriamo di instaurare nel tempo un rapporto sempre più stretto d'amicizia e condivisione.
La comunità è un punto di riferimento prezioso, difficile da costruire, mantenere ed alimentare poiché richiede umiltà, pazienza, rinuncia a parte di se stessi, dedizione, sacrificio e senso del dono nell'accezione pura e totale che ad esso da Leon Degrelle…tuttavia è ad essa che aspiriamo con fiducia e passione.
Concludiamo con un'immagine a quattro mani nata da uno scambio di pensieri tra due di noi, e che parla di Durlindana come d'un nido d'aquile da cui partire ed a cui tornare, rifugio arroccato tra le rocce, al tempo stesso casa e vetta da conquistare...avamposto sospeso tra terra e cielo per proteggersi, riposare e per guardare lontano!
La Redazione
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